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Via libera della Camera al federalismo municipale

Discussioni su aspetti locali di attualità, specifici o comuni a vari luoghi, ove già non affrontati nei forum tematici. Riforme locali: decentramento e federalismo.

Via libera della Camera al federalismo municipale

Messaggioda ranvit il 03/03/2011, 9:52

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/ ... d=AaMkmyCD


Via libera della Camera al federalismo municipale - La cedolare secca diventa realtà già da quest'anno

di Eugenio Bruno



Dopo 112 giorni di repliche ininterrotte la pièce sul fisco municipale esce dal cartellone dei lavori parlamentari e si avvia a Palazzo Chigi. Grazie al sì dell'aula di Montecitorio che ha approvato ieri con 314 voti a favore (Pdl, Lega e responsabili), 291 contrari (Pd, Idv e terzo polo) e due astenuti (Svp) la fiducia sul quarto decreto attuativo del federalismo. Il provvedimento dovrà ora essere licenziato in via definitiva dal consiglio dei ministri ed andare al Colle per la firma del capo dello stato. Forse già oggi.


La cedolare secca diventa realtà già da quest'anno

Condurre in porto il testo che, dal 2011, istituisce la cedolare secca sugli affitti e sblocca l'addizionale comunale all'Irpef mentre, dal 2014, introduce l'imposta municipale sugli immobili (Imu) al posto dell'Ici è stato tutt'altro che semplice. Sin dall'inizio, visto che il governo ha dovuto utilizzare non solo la proroga di 20 giorni per il via libera in bicamerale ma anche passare per i tempi supplementari dinanzi alle Camere dopo il 15 a 15 registratosi in commissione il 3 febbraio scorso, e fino alla fine. Come testimoniato dalle ore convulse che hanno preceduto l'ok dell'emiciclo.
Per portare a casa quello che il leader leghista Umberto Bossi ha definito «un giro di mattoni in più» in attesa di arrivare «al tetto», il Carroccio si è detto pronto a concedere anche una proroga di quattro mesi sulla scadenza dell'intera delega. Che passerebbe così dal 21 maggio al 21 settembre. Ad annunciarlo è stato Roberto Calderoli, al termine di un incontro con i «Popolari d'Italia domani» dell'ex-udc Saverio Romano. Ottenuta «l'approvazione definitiva del fisco regionale e provinciale» e fermo restando l'iter degli altri tre dlgs già in rampa di lancio, ha spiegato il ministro della Semplificazione, verrà proposta al Cdm «un'iniziativa legislativa» per l'ampliamento dei termini.
Lo slittamento servirà per eventuali provvedimenti correttivi o integrativi, ad esempio sulle risorse e le funzioni di Roma capitale. Ma così facendo Calderoli ha concesso alla parte più riottosa dei responsabili ciò che ha sempre negato al terzo polo. Una richiesta di avere sei mesi in più per l'attuazione era stata avanzata dal finiano Mario Baldassarri durante l'esame a Palazzo Madama del milleproroghe. Senza successo. A chi glielo ha fatto notare il ministro leghista ha risposto di guardare alle «motivazioni» delle cose: «Se è per fare melina è un conto, se è una richiesta seria siamo responsabili».

In realtà qualche fibrillazione ieri c'è stata anche con l'Mpa. Che in un primo momento aveva minacciato di astensione e poi è uscita dall'aula. Allo stesso modo è rientrata la temuta diaspora dei deputati di «Forza Sud» dopo che è giunta «l'assoluta garanzia da parte del ministro Romani sulla modifica del ddl riguardante le fonti di energia rinnovabili (su cui si veda altro articolo a pagina 25, ndr)», come ha spiegato Gianfranco Miccichè.
Ferma sul no si è invece confermata l'opposizione. I toni più duri li ha usati il segretario democratico Pier Luigi Bersani». Nel rimproverare al Carroccio di non aver seguito alcun «filo logico», Bersani ha chiesto: «Perché andate così alla svelta su una riforma che si applica in 7 anni? Perché la Lega sente che i tempi stringono e vuol portare a casa la bandierina, e Berlusconi ha bisogno di sopravvivere e ha bisogno di voti per i suoi processi». A sua volta il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, ha accusato: «È solo uno spot della Lega, un pasticcio che crea confusione e danni, aumenta le tasse. E rischia di sfasciare il paese». E qualche voce critica si è levata anche dai sindaci. Il presidente di Legautonomie Marco Filippeschi ha rivolto un appello ai parlamentari a non appoggiare un provvedimento «pericoloso per gli enti locali».
Opposti i toni tra i banchi della maggioranza. Dove, poco prima del voto, si è andato a posizionare anche il premier Silvio Berlusconi con una pochette verde-Lega al taschino. Dagli scranni del Carroccio, divenuti nel frattempo una curva da stadio, il via libera al decreto è stato accolto con un coro «Bossi, Bossi» e lo sventolio dei vessilli del Nord. Se l'esecutivo uscirà rafforzato dal responso di ieri lo si vedrà da qui in avanti. Nonostante l'euforia del momento, Bossi non si è sbilanciato sulle sorti della legislatura: «Noi vogliamo completare il federalismo, poi vediamo. Stiamo coi piedi per terra». Più fiducioso il Cavaliere secondo cui la maggioranza è ben oltre quota 314. «Sono tranquillissimo – ha garantito –, sappiamo che ci sono persone in missione e due sono malati. Se no la maggioranza è di 322».
Il 60% degli italiani si è fatta infinocchiare votando contro il Referendum che pur tra errori vari proponeva un deciso rinnovamento del Paese...continueremo nella palude delle non decisioni, degli intrallazzi, etc etc.
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Re: Via libera della Camera al federalismo municipale

Messaggioda ranvit il 03/03/2011, 9:53

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Il Mezzogiorno arbitro di se stesso

di Pietro Reichlin



Il problema dello sviluppo del nostro Mezzogiorno è certamente irrisolto. Il divario in termini di Pil pro capite tra Nord e Sud è rimasto sostanzialmente invariato negli ultimi trent'anni, un gap di circa 30 punti percentuali, mentre il divario di produttività rimane intorno ai 15 punti. La distanza tra le due aree del paese in termini di qualità delle istituzioni, attrattività degli investimenti e capacità di penetrazione delle nostre industrie nei mercati internazionali è ancora più accentuata. Per comprendere la gravità del problema basta osservare che, negli ultimi vent'anni, le regioni meno sviluppate d'Europa sono state in grado di recuperare ampiamente il proprio ritardo. Dunque, la convergenza tra regioni ricche e povere non è impossibile, ma è anzi un evento naturale in assenza di impedimenti di carattere istituzionale.
Recentemente il ministro Tremonti ci ha ricordato che il ritardo del Mezzogiorno costituisce il principale difetto della nostra economia. Per avvalorare questa tesi, ha anche osservato che il Pil pro capite delle regioni del Nord d'Italia è tra i più alti del mondo. Senza Mezzogiorno, dunque, saremmo ricchi come la Svezia o la Germania. Tuttavia, non si deve dimenticare che l'Italia soffre di un difetto di crescita, che non riguarda solo il Mezzogiorno, ma anche il Centro Nord. I dati Istat e Bankitalia ci dicono che, da metà anni 90, la crescita del prodotto pro capite dell'Italia è stato inferiore di quasi 10 punti percentuali rispetto a quello dell'Eurozona. Se disaggreghiamo per aree geografiche, vediamo che il tasso di crescita del Pil pro capite nel Centro Nord, tra il 1996 e il 2006, raggiunge lo 0,8% contro l'1,3% del Mezzogiorno. La Lombardia è cresciuta circa la metà della Puglia o della Campania. In conclusione, i cittadini del Centro Nord sono certamente ricchi in media, ma sempre meno ricchi in rapporto alle altre regioni dell'Eurozona.
Negli ultimi 5-6 anni il Mezzogiorno ha subìto un rallentamento della crescita rispetto al Centro Nord, ma ciò appare un fenomeno legato alla recessione e, in particolare, al fatto che la sua specializzazione produttiva lo espone maggiormente alla concorrenza con i paesi emergenti. In realtà, la spinta fondamentale alla ricchezza del nostro paese dovrebbe venire soprattutto dal Mezzogiorno. Infatti, tassi di crescita particolarmente elevati sono più probabili nelle regioni meno sviluppate. Poiché il Mezzogiorno costituisce l'area economicamente svantaggiata più grande d'Europa, il potenziale di crescita dell'Italia è ancora alto.
l vero problema per i nostri governi è dunque quello di applicare politiche per la crescita per il Mezzogiorno, anche nell'interesse del Nord Italia. Queste politiche sono già note, implicano un miglioramento della qualità dell'istruzione, una maggiore decentralizzazione della contrattazione a livello di aree e di impresa, una riduzione del fisco, una maggiore efficacia della giustizia e dei controlli di legalità. Tra gli indicatori della distanza tra il Centro Nord e il Sud, quelli che destano maggiore apprensione non riguardano il Pil pro capite, ma la percentuale di giovani che abbandonano gli studi (16,8 contro 25,5%), gli studenti con scarse competenze in lettura e matematica (17 contro 41,2%), l'attrattività degli investimenti dall'estero, la durata delle procedure giudiziarie e i livelli di corruzione.
Questi stessi dati suggeriscono che la ripresa del Mezzogiorno non dipende dall'entità dei trasferimenti pubblici ma dal grado di efficienza delle istituzioni. L'economia del Mezzogiorno ha bisogno di far crescere le imprese e la concorrenza nei mercati, liberandosi dal peso del settore pubblico, che al Sud raggiunge il 22,2% del prodotto, contro il 12% circa del Centro Nord.
L'economia del Mezzogiorno può quindi essere vista come un peso o come un'opportunità. Sta ai governi e alle forze sociali trovare la chiave per far prevalere il secondo aspetto sul primo.
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