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Pastori e pecorino

Discussioni e proposte, prospettive e strategie per il Paese

Re: Pastori e pecorino

Messaggioda franz il 13/02/2019, 8:11

Ma quale sfruttamento?!!?? Dai mettiamola come al solito con i poveri lavoratori sfruttati dai capitalisti :-)

Sono tutte piccole aziende agricole familiari, con pochi addetti.
Oltre la metà sono cooperative e conferiscono il latte a cooperative.

Dallo stesso sito che contiene l'articolo di apertura di questo thread, eccone un altro a firma Adriano Bomboi, che scrive anche in un gruppo FB di sardi che seguo. Inizia parlando di un attacco dei protestanti ad un camion di latte di una grande impresa, poi spiega alcune cose, in parte già accennate sopra.


LATTE: 5 RISPOSTE A 5 DOMANDE DI CHI NON CONOSCE I PROBLEMI DEI PASTORI

L’attacco all’Arborea, il cui brand principale non tratta latte ovino ma di mucca, è un reato che macchia la legittima protesta dei pastori sulle loro difficoltà. Polizia e Carabinieri stanno lavorando per tutelare il lavoro e la proprietà privata delle nostre imprese da una minoranza di delinquenti e ignoranti, moralmente sostenuti da sardi che non hanno mai acquistato pecorino romano.
Uno spettacolo indegno a cui si aggiungono le parassitarie proposte del PD e del governo di destinare altri 20 milioni di euro di sussidi al settore, nonostante per decenni i sussidi siano stati la causa della sovrapproduzione di latte ovino e di pecorino romano, privi di validi sbocchi di mercato. Con 2 milioni, 851mila e 517 pecore. Uno dei peggiori danni causati dall’interventismo pubblico nell’economia sarda.

Ecco 5 risposte brevi a 5 domande: 1) perché il latte viene pagato poco? 2) perché si trasforma quasi tutto in pecorino romano? 3) perché la maggioranza dei produttori non diversifica la produzione? 4) come si può far salire il prezzo del latte? 5) non sarebbe meglio chiudere i porti alla concorrenza esterna?


Di Adriano Bomboi.

LATTE: 5 RISPOSTE A 5 DOMANDE DI CHI NON CONOSCE I PROBLEMI DEI PASTORI
L'OPINIONE / PRIMO PIANO

Tags: bomboi, latte, pastori, problemi

febbraio 11, 20191
L’attacco all’Arborea, il cui brand principale non tratta latte ovino ma di mucca, è un reato che macchia la legittima protesta dei pastori sulle loro difficoltà. Polizia e Carabinieri stanno lavorando per tutelare il lavoro e la proprietà privata delle nostre imprese da una minoranza di delinquenti e ignoranti, moralmente sostenuti da sardi che non hanno mai acquistato pecorino romano.
Uno spettacolo indegno a cui si aggiungono le parassitarie proposte del PD e del governo di destinare altri 20 milioni di euro di sussidi al settore, nonostante per decenni i sussidi siano stati la causa della sovrapproduzione di latte ovino e di pecorino romano, privi di validi sbocchi di mercato. Con 2 milioni, 851mila e 517 pecore. Uno dei peggiori danni causati dall’interventismo pubblico nell’economia sarda.

Ecco 5 risposte brevi a 5 domande: 1) perché il latte viene pagato poco? 2) perché si trasforma quasi tutto in pecorino romano? 3) perché la maggioranza dei produttori non diversifica la produzione? 4) come si può far salire il prezzo del latte? 5) non sarebbe meglio chiudere i porti alla concorrenza esterna?

Di Adriano Bomboi.

1) Perché il prezzo al litro del latte è basso?

Non tanto a causa degli industriali che comprano e trasformano il latte (perché alcune cooperative sono già gestite dai pastori stessi), ma perché, a differenza di tutti i maggiori Paesi del mondo, in cui agricoltura e allevamento sono comunque sovvenzionati, la cultura locale e la politica locale si sono orientate nella produzione e nella promozione dell’allevamento di pecore, e solo secondariamente di altri tipi di bestiame. Concentrando inoltre tale produzione in microaziende prive di allevamenti intensivi. Abbiamo 2 milioni, 851mila e 517 pecore (dati Agris 2018), distribuite in 12.267 allevamenti. Questo esercito di pecore produce una montagna di latte, inflazionandone dunque il prezzo al ribasso.

2) Perché quasi tutto questo latte viene trasformato solo in pecorino romano?

Perché il pecorino romano è una commodity. Ossia un prodotto di basso valore, che non si guasta in tempi rapidi, e che mantiene le sue caratteristiche inalterate, ideale per essere esportato a grandi distanze (vedere export negli USA). Altri formaggi ovini invece, seppur qualitativamente migliori, non si prestano ad un export di tali dimensioni. I consumatori sardi tendono dunque a non consumare il pecorino romano standard, che infatti ha numeri marginali nel PIL dell’isola (falso lo slogan: “se muore la pastorizia, muore la Sardegna”. Ma non dobbiamo far morire la pastorizia).

3) Dunque perché non si diversifica la produzione per risolvere questi problemi?

A causa di altri 4 problemi: 1) perché le circa 12mila aziende che trattano questo prodotto sono di medie e soprattutto piccole dimensioni. Non hanno risorse economiche, né competenze di marketing per aprire nuovi segmenti commerciali del settore. I quali peraltro sarebbero prevalentemente rivolti al magro mercato interno, dominato dal latte delle mucche e anche dai formaggi di tale latte vaccino (per citarne alcuni, vedere prodotti Nestlè, Parmigiano Reggiano, Grana Padano, e secondariamente anche pecorini sardi, non romano); 2) perché c’è scarsa propensione alla cooperazione per unire sia le cooperative attuali, che i caseifici e conferitori attuali, disseminati in centinaia di punti vendita; 3) perché subiamo il peso del fisco, della burocrazia italiana, e dei vari costi attinenti alla produzione e alla distribuzione dei prodotti; 4) perché il numero di allevatori ovini è così alto che, anche qualora si sviluppasse una maggiore diversificazione dei derivati del latte, una percentuale di questi piccoli allevatori rischierebbe di rimanere comunque fuori dal mercato.

4) Come si può far salire il prezzo al litro per il latte?

Con 4 logiche affini al libero mercato: 1) tagliando i sussidi e concentrarli, a limite, su chi dimostra reali capacità di investimento, determinate da una crescita, non del numero di aziende, ma della loro dimensione media (ciò implica pure una difficile riforma del sistema fiscale e burocratico italiano). Queste aziende potrebbero espandere il loro fatturato e aggredire i mercati con nuovi prodotti, sulla falsariga del successo di Arborea; 2) evitando di acquistare le eccedenze invendute di pecorino. Fare il contrario significherebbe incentivare una mancata razionalizzazione del volume di produzione (chi è culturalmente abituato al sussidio non comprende che, come ogni altra categoria produttiva, può fallire, e non dovrebbe alimentare facile vittimismo); 3) eliminando dal sistema, col taglio dei sussidi, le aziende improduttive in eccesso, incapaci di innovare e di avvicinarsi ai gusti reali dei consumatori, lasciando così risorse – tramite il fisco – alle aziende più virtuose (una buona percentuale di disoccupazione proveniente dalle prime imprese potrebbe essere riallocata nelle seconde, altri singoli operatori purtroppo dovranno cambiare mestiere); 4) creare un tetto massimo di produzione a cui tutti i produttori dovrebbero attenersi. Questa misura tuttavia sarebbe solo temporanea. Non rispecchia appieno una logica di mercato e implicherebbe il taglio del numero di pecore, e dunque del fatturato di piccole aziende che finirebbero, in tempi relativemente brevi, per sparire. A quel punto servirebbe una rete di welfare per sostenere chi si ritroverebbe senza lavoro, col paradosso di impiegare ulteriori soldi pubblici per sanare i danni creati in passato dall’eccesso di denaro pubblico. E ci vorranno anni.

5) Non sarebbe meglio chiudere i porti ai prodotti che arrivano dall’estero e dalla penisola?

No, violerebbe le regole della concorrenza, senza considerare che è falsa la notizia secondo cui oggi arriverebbero ogni mese milioni di litri di latte ovino nell’isola. Tale protezionismo spingerebbe i mercati del nostro export a chiudere la porta ai nostri prodotti. Ciò farebbe fallire parecchie aziende sarde, e provocherebbe un rialzo dei prezzi ai consumatori, con prodotti acquistabili solo da una fascia benestante della popolazione. E infine avremmo prodotti di scarsa qualità (in quanto il mancato confronto con la concorrenza livellerebbe la qualità delle nostre produzioni verso il basso).

Non esistono altre soluzioni strutturali per aiutare i pastori. E chi vi dice il contrario, magari proponendo temporanei aggiustamenti del prezzo del latte a carico dei contribuenti, o mente, o non ha la più pallida idea del funzionamento di un libero mercato. Mercato che, in tempi brevi, se non impareremo ad essere competitivi, ci verrà fregato da altri agguerriti concorrenti, meno propensi a perdere tempo in chiacchiere e romantiche bugie antropologiche sul ruolo sociale degli allevatori.

http://www.sanatzione.eu/2019/02/latte- ... i-pastori/
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Re: Pastori e pecorino

Messaggioda franz il 13/02/2019, 8:38

Discutendo con un gruppo di sardi (2500 membri) in cui ovviamente la guerra del latte è all'ordine del giorno, si parlava dei due imperativi sul tavolo:

a) diversificare
b) aumentare la dimensione delle imprese, accorpando o chiudendo quelle microscopiche, improduttive, inefficienti, in balia del mercato e incapaci di strategie di marketing.

Sul secondo punto qualcuno osservava che sarebbe stata la fine di migliaia di piccole aziende familiari, colonna portante della tradizione agricola sarda.

Ma l'agricoltura solo un secolo fa impiegava il 50% delle popolazione attiva. Oggi meno del 4%, in tutti i paesi evoluti. Eppure mangiamo lo stesso e siamo 4 volte di più come abitanti, nel mondo.

Morale, il progresso è stato ridurre il primario e sviluppare industrie e commerci, secondario e terziario.

C'è una grande contraddizione logica in chi da un lato vuole giustamente sviluppo, progresso e lavoro e dall'altro reclama il proseguimento di tradizioni secolari di produzione.

In Sardegna gli addetti del settore primario sono l' 8.7% (più del doppio dello standard occidentale).
Sono troppi. Questo grazie anche ai sussidi, che spingono tutti a fare latte e formaggio, che poi rischiano di rimanere invenduti.

Siamo alla porte del 2020. Servono meno contadini, piu' venditori ed addetti al marketing.
Anche l'idea di produre il formaggio in proprio invece di conferirlo ai produttori non è male ma se poi non sei capace di vendere, ti rimane in magazzino.
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Re: Pastori e pecorino

Messaggioda pianogrande il 13/02/2019, 10:44

Orientare le attività su quello che serve e non su quello che sappiamo fare.

Credo sia la sintesi di questi articoli.

Torniamo quindi alla mia domanda iniziale.
Con chi ce l'hanno i pastori sardi?
Con chi non li sovvenziona?
E fanno pure gli incazzati?
Fotti il sistema. Studia.
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Re: Pastori e pecorino

Messaggioda franz il 16/02/2019, 16:39

I pastori sardi ringrazino i grillini e il governo che hanno bloccato l'export di pecorino votando contro il trattato di libero scambio col Canada.
Questo è il risultato del sovranismo.

Poi la colpa è del capitalismo che sfutta i contadini!!11+! :-)

Pecorino dop in Canada: il governo blocca l’accordo
Il trattato abbatteva i dazi e tutelava i marchi. La protesta dei produttori
di Claudio Zoccheddu

http://www.lanuovasardegna.it/regione/2 ... 1.17067723

SASSARI. I presupposti erano ottimi. Al punto che il formaggio sardo sembrava pronto a conquistare un nuovo mercato. Peccato che l’autostrada commerciale aperta verso il Canada dovrebbe chiudere a breve perché la maggioranza del Parlamento italiano non ratificherà il Ceta, l’accordo tra Unione europea e Canada che – in estrema sintesi – abbatte i dazi doganali e riconosce il valore giuridico delle produzioni “certificate” in Italia. L’annuncio è arrivato dal vicepremier Luigi Di Maio ed è stato subito ripreso dal ministro delle Politiche agricole Gianmarco Centinaio: il parlamento italiano non ratificherà il Ceta e, anzi, farà saltare tutto il banco perché è sufficiente un solo “no” europeo per mandare tutto a monte. I motivi sono vari, ci sono le 43 produzioni Dop e Igp commercializzate in Canada – durante il “periodo di prova” del Ceta – contro le altre 250 (e più) che non facevano parte dell’accordo ma c’è anche la possibilità che le Dop e le Igp fossero destinate a convivere con i loro imitatori canadesi, come ha sostenuto Coldiretti che si schierata apertamente contro il Ceta. Insomma, nonostante i dati registrati da settembre 2017, con le esportazioni cresciute dell’8 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e in grado di garantire 400 milioni di fatturato per le imprese italiane, il Ceta dovrebbe essere cancellato alla prima occasione utile.

Le reazioni. Per la produzione casearia sarda la bocciatura dell’accordo da parte del governo è un clamoroso autogol. La prova dell’accordo commerciale con il Canada aveva prodotto numeri più che interessanti. Il pecorino sardo, ma soprattutto il pecorino romano, stavano iniziando a sperimentare cosa potesse significare esportare senza pagare i dazi doganali e arrivare al consumatore canadese sfruttando il marchio di origine protetta: «Nei primi mesi del 2018 abbiamo registrato una crescita del volume d’affari di circa 18 milioni di euro – spiega Salvatore Palitta, presidente del Consorzio del pecorino romano – e si tratta di dati parziali perché c’è voluto un po’ di tempo prima che il periodo di prova dell’accordo potesse andare a regime». La posizione dei produttori sardi, perlomeno quelli del pecorino romano, è chiara: «Non possiamo che essere favorevoli al Ceta – aggiunge Palitta – per la prima volta è stato concesso il riconoscimento giuridico alle forme di produzione protetta. Non solo, il Ceta ha permesso di mettere fine all’era delle quote e ci ha aperto un mercato libero e interessante perché composto da consumatori con origini europee che apprezzano i nostri prodotti. Prima di questa prova si lavorava con le licenze che prevedevano quote di importazione definite. E se un operatore comprava reggiano non poteva comprare romano. Adesso il discorso è diverso». Anche se non sembra destinato a durare: «La politica può fare quello che vuole, noi consigliamo di essere prudenti perché in questo caso stanno sbagliando – aggiunge il presidente del Consorzio del pecorino romano – . Dicono che non è possibile parlare di sole 30 o 40 denominazioni di origine protette lasciando fuori le altre ma la realtà dice che chi lamenta di non essere riconosciuto è solo perché non esiste in quel particolare mercato. Non ratificare il Ceta è un danno enorme e se Di Maio ha deciso di fare questa scelta è solo perché non conosce a fondo la questione, o magari è stato informato in malo modo. Noi abbiamo fatto presente al governo il nostro punto di vista e non possiamo che sperare che ne tenga conto».

I numeri. Secondo i dati rilevati dall’Istat fino alla fine dello scorso anno il pecorino romano era il formaggio sardo preferito in Giappone, che ne importa più di 5mila quintali all’anno. Al secondo posto c’era il Canda che, grazie la Ceta, stava rapidamente risalendo la classifica. Tra gennaio e marzo, quando cioè gli scambi erano già modulati secondo i dettami del Ceta, le rilevazioni erano schizzate alle stelle mettendo a referto un aumento del 41,57 per cento del valore delle esportazioni e una crescita molto vicina al 24 per cento nelle quantità esportate, che nei primi tre mesi del 2018 sono state quantificate in 164 tonnellate. Durante i 31 giorni del gennaio 2018 il “peso” delle esportazioni del pecorino romano in Canada era cresciuto del 73,9 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un’impennata seconda solo a quella del valore dell’export sardo in Nord America, che a marzo era cresciuto del 83 per cento rispetto allo stesso mese del 2017.

Numeri che spiegano perché il consorzio dei produttori farebbe di tutto per vedere il Ceta ratificato dal governo italiano e perché l’argomento potrebbe essere decisivo per la fetta di economia isolana legata alle produzioni casearie.
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Re: Pastori e pecorino

Messaggioda flaviomob il 17/02/2019, 1:43

Peccato che proprio la Coldiretti sia contro il Ceta, che favorisce il falso made in Italy

https://www.coldiretti.it/economia/ceta ... ano-canada

Con la mobilitazione della Coldiretti, nei confronti del trattato in Italia hanno espresso contrarietà prima delle elezioni direttamente o attraverso gli schieramenti di appartenenza la maggioranza dei parlamentari italiani, 15 regioni, 18 province 2500 comuni e 90 Consorzi di tutela delle produzioni a denominazioni di origine. Per l’Italia l’opposizione è giustificata tra l’altro dal fatto che con il Ceta – denuncia Coldiretti – non tutela la maggioranza delle denominazioni di origine italiane riconosciute e accorda esplicitamente il via libera alle imitazioni che sfruttano i nomi delle tipicità nazionali, dall’Asiago alla Fontina dal Gorgonzola ai Prosciutti di Parma e San Daniele, ma possono anche essere liberamente prodotti e commercializzati dal Canada falso Parmigiano Reggiano e Grana Padano con la traduzione di Parmesan.


"Dovremmo aver paura del capitalismo, non delle macchine".
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Re: Pastori e pecorino

Messaggioda Robyn il 17/02/2019, 2:15

ma perche scrivere Parmesan e scrivere Parma è la stessa cosa?ah si scusa mi ero dimenticato che il cliente non è in grado di distinguere cioè è acritico
Locke la democrazia è fatta di molte persone
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Re: Pastori e pecorino

Messaggioda franz il 17/02/2019, 11:27

flaviomob ha scritto:Peccato che proprio la Coldiretti sia contro il Ceta, che favorisce il falso made in Italy

Falso e poi le altre associazioni di coltivatori sono favorevoli.
Non dimentichiamo che la coldiretti è la più sovranista e protezionista delle associazioni.
Famosa per la bufala del coniglio mannaro in Sicilia. Vergogna!
http://www.ilmattinodisicilia.it/coldir ... o-mannaro/
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Re: Pastori e pecorino

Messaggioda franz il 17/02/2019, 11:41

E così si profila un accordo tra pastori sardi e governo sovranista per un prezzo del latte di 72c con l'intenzione di arrivare a 1€ con contributi regionali e vari enti.

Complimenti! Mi chiedo cosa diranno gli allevatori tedeschi, dove il prezzo medio ponderato 2018 del latte crudo alla stalla è di 35.32€ al quintale. Quindi 35c al litro.

Mi chiedo cosa diranno gli allevatori francesi, solitamente ben combattivi, il cui prezzo medio ponderato 2018 è pari a 36.34€ al quintale.

Questi sono prezzi del latte vaccino. Non ho trovato quello ovino ma se qualcuno li trova, grazie.

A quanto pare le aziende tedesche e francesi stanno in piedi con quei prezzi, malgrado stipendi più elevati e costi veterinari sicuramente più alti. Hanno dalla loro il fatto di avere grandi imprese con migliaia di capi.

Mi chiedo cosa dirà mai la UE, per le cui regole gli aiuti statali alle imprese non sono ammessi.

Trovate tutti i prezzi qui:
https://www.clal.it/?section=latte_europa
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Re: Pastori e pecorino

Messaggioda pianogrande il 17/02/2019, 11:51

Sempre la stessa la triste conclusione.

Distribuzione di prebende in cambio di voti.

Aiuti di stato e reddito di cittadinanza.

Quale è la differenza?

Soldi pubblici in cambio di voti.

Soldi di chi paga le tasse usati per comprarsi il voto di chi probabilmente neanche le paga.
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Re: Pastori e pecorino

Messaggioda franz il 17/02/2019, 12:15

E se fosse stata tutta una manovra per innescare l'ennesimo attrito con la UE?
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