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I bambini e la guerra, quelle foto che non pubblichiamo

Discussioni su quanto avviene su questo piccolo-grande pianeta. Temi della guerra e della pace, dell'ambiente e dell'economia globale.

I bambini e la guerra, quelle foto che non pubblichiamo

Messaggioda franz il 23/08/2013, 22:28

I bambini e la guerra, quelle foto che non pubblichiamo

di Alessandro Sala
Tags: interrogativi, media, storie

«No, i bambini morti proprio non li possiamo pubblicare». Non possiamo mostrare gli occhi sbarrati, le ferite coperte dai cerotti, i blocchi di ghiaccio appoggiati sul collo e sotto le braccia nel tentativo di conservare le piccole salme allineate. Non possiamo mostrare quelle file di sacchi bianchi, uno accanto all’altro, che sembrano tante piccole mummie che lasciano intravedere soltanto il volto delle piccole vittime.

Non possiamo, la deontologia professionale e la compassione ce lo impediscono. Eppure dovremmo. Lo ha fatto oggi Le Monde, in prima pagina. Un’immagine cruda di due ragazzini adagiati sui tappeti e coperti fino al petto da un lenzuolo bianco. Potrebbero sembrare semplicemente addormentati, se non fosse per quei pezzi di nastro adesivo sulle loro fronti con scritti sopra i numeri identificativi.

Non hanno ferite evidenti, ad ucciderli, nell’attacco a Ghouta del 21 agosto, è stato probabilmente un gas tossico, che colpisce e non lascia traccia. La notizia viene data con cautela. Non c’è modo di verificarne l’autenticità (dell’uso dei gas, non delle morti). Ma questo vale per molte delle notizie e delle immagini dal fronte, quando non è un giornalista arrivato sul posto a documentarlo in prima persona. Non sappiamo – dibattono fonti ufficiali e diplomatiche – se davvero sia stato usato del gas contro i ribelli. Ma davvero importa? Quei bimbi morti non lo sarebbero di meno se anche i bombardamenti fossero avvenuti in altro modo.

Quelle immagini degli attacchi ai sobborghi di Damasco di Ghouta e Arbeen, che i media hanno perlopiù evitato di pubblicare – o che hanno pubblicato sfuocandole o pixellandole fino a rendere impercettibile lo choc della morte che ne emergeva in piena potenza – sono circolate a lungo sui social network. Al «grande pubblico», però, non sono arrivate. Per rispetto delle piccole vittime, certo. Ma quell’eccesso di cautela e di pietà rischia di avere anche un effetto valium sulle coscienze e anestetizza la nostra sensibilità. Ci toglie la capacità di comprendere a fondo i drammi e le tragedie che avvengono nel mondo.

Non sarebbe la prima volta che una guerra o un grave fatto di cronaca vengono raccontati dall’immagine di un bimbo che soffre o muore. E’ stata la piccola Kim Phuc che fugge nuda e piangente dal villaggio bombardato con il napalm ad aver portato per davvero nelle case degli americani la tragedia che si consumava dall’altra parte del Pacifico. Il bimbo impaurito con le mani alzate davanti alle SS che sgomberano il ghetto di Varsavia riesce raccontare ancora oggi l’olocausto in tutta la sua drammaticità. Il volto devastato dal cloracne della piccola Silvia è stato l’immagine simbolo dell’esplosione di Seveso, il più devastante disastro industriale italiano. Gli esempi potrebbero continuare.

Oggi però esistono codici etici e deontologici che impediscono di pubblicare l’immagine della ragazzina riversa a terra esanime, una maglietta gialla con disegnato sopra un coniglietto bianco che gioca a palla, che i soccorritori cercano di rianimare. O quelle di tre bimbi, tra cui uno poco più che neonato, distesi sul pavimento come bambolotti abbandonati nella camera dei giochi. O quella di un padre, o un nonno, col volto che non riesce a trattenere il pianto per quella bambina senza vita che tiene impotente tra le braccia. E tutte le altre.

Se la sofferenza dei bambini, e con essi di un’intera popolazione, non ce la raccontano le immagini chi può farlo? Forse le cifre, fredde e oggettive. L’Alto commissariato Onu per i rifugiati ha certificato che sono ormai un milione i bambini siriani profughi, i tre quarti dei quali hanno meno di 11 anni. «Questo milionesimo profugo non è solo un numero – ha commentato il direttore generale dell’Unicef Anthony Lake -. È un vero bambino in carne ed ossa strappato alla sua casa, forse anche alla famiglia, di fronte a orrori che possiamo solo cominciare a capire». Chissà se davvero abbiamo incominciato a capire. Quei bambini morti avrebbero forse potuto dirci molto sugli orrori di una guerra civile, brutale e violenta come ogni guerra lo è. Bambini che non hanno avuto la fortuna di Youmna, risvegliatasi dopo l’attacco, le cui urla sono un pugno dritto allo stomaco ma al tempo stesso regalano speranza: «Aiutatemi, io sono viva».
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