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Il bue dice cornuto all'asino

Discussioni su quanto avviene su questo piccolo-grande pianeta. Temi della guerra e della pace, dell'ambiente e dell'economia globale.

Il bue dice cornuto all'asino

Messaggioda trilogy il 05/06/2017, 12:47

Figuriamoci...questi qua andrebbero tutti banditi dalla comunità internazionale. Ma la politica internazionale ormai è una fogna priva di qualunque valore morale e i soldi del petrolio comprano tutto e tutti.
Chissà forse il messaggio della May "quando è troppo è troppo" ha creato qualche preoccupazione tra i dittatori, principi ed emiri del medioriente, e questi cercano di prendere le distanze e ri-farsi una verginità, dopo aver appestato il mondo con la loro ideologia religiosa.


Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi ed Egitto chiudono le frontiere col Qatar: "Fomenta il terrorismo"

Decisione senza precedenti. Interrotte tutte le relazioni diplomatiche. In 48 ore le ambasciate dovranno essere svuotate. Blocco totale dei voli e dei confini. La nazione esclusa dalla coalizione che sta intervenendo militarmente nello Yemen. In forse anche i Mondiali di calcio del 2022

05 giugno 2017

La tempesta diplomatica che da stamattina soffia sul Golfo Persico ha per origine vecchie frizioni sul commercio del petrolio, il recente viaggio di Trump nella regione e soprattutto l'eterno scontro geopolitico tra le due grandi potenze della regione, Arabia Saudita e Iran. Fatto sta che stamattina Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi ed Egitto hanno rotto i rapporti diplomatici con il Qatar, chiudendo tutte le frontiere aeree e terrestri verso la nazione accusata di fomentare il terrorismo nei paesi confinanti e nello Yemen. I diplomatici del Qatar hanno tempo 48 ore per lasciare le nazioni ospitanti. È l'escalation di una crisi da tempo annunciata tra alcuni paesi arabi e il Qatar che ora si accentua sta sfiorando il rischio di uno scontro militare.

L'accusa contro il Qatar è quella di supportare i gruppi terroristici che "vogliono destabilizzare la regione". Il riferimento è alle formazioni dei Fratelli Musulmani egiziani, dello Stato Islamico-Isis, di Al-Qaeda e di tutti quei gruppi che secondo i Paesi arabi hanno il supporto degli iraniani. "Il governo del Regno dell'Arabia Saudita - si legge nella nota dell'agenzia stampa ufficiale di Riad -, esercitando i suoi diritti sovrani garantiti dal diritto internazionale e proteggendo la sicurezza nazionale dai pericoli del terrorismo e dell'estremismo, ha deciso di interrompere le relazioni diplomatiche e consolari con lo Stato del Qatar".

Dietro questo scontro, dicono gli analisti, c'è anche il recente viaggio di Donald Trump a Riad, per un visita che assieme a motivi commerciali (è stato firmato un accordo di oltre 100 miliardi di dollari per la vendita di armi) ha permesso al presidente americano di rinforzare l'alleanza con l'Arabia Saudita, alleanza che nell'era Obama era stata incrinata dall'apertura con Teheran per gli accordi nucleari. Non a caso, proprio a Riad, Trump ha accusato l'Iran di essere il più grande finanziatore del terrorismo che colpisce il pianeta. Un attacco non condiviso da un principe qatarino che l'ha pubblicamente criticato. Quanto all'Egitto, è la sua dura battaglia contro i 'Fratelli musulmani' interni, da anni foraggiati e sostenuti da Doha, che l'ha spinto a unirsi agli altri Paesi del Golfo.

Il Qatar è stato anche espluso dalla coalizione che sta intervenendo militarmente nello Yemen.Ora,è proprio in Qatar che c'è un'importante base militare americana, quella utilizzata nella campagna aerea contro lo Stato islamico. Per questo, appena appresa la notizia, il segretario di Stato statunitense Rex Tillerson, dall'Australia dove si trova in visita, ha immediatamente invitato alla calma i Paesi coinvolti in questa battaglia diplomatica: "Incoraggio le parti a sedersi assieme e a ricomporre le rispettive differenze".

Il primo effetto della decisione senza precedenti dei paesi arabi di "isolare" il Qatar è quello che colpisce principalmente la compagnia aerea di stato, una delle più grandi del mondo, e mette a rischio anche i campionati mondiali di calcio che l'emirato dovrà organizzare nel 2022. Anche la compagnia Etihad, da Abu Dahbi, dal canto suo, ha annunciato che tutti i voli da e per il Qatar saranno sospesi dalle 2,45 di martedì.

Il Qatar ha un'economia fondata sul petrolio, come gli emirati vicini e come essi segue l'orientamento wahabita della fede islamica. Le distanze dai vicini di casa hanno ragioni differenti, in gran parte politiche, e comprendono anche contese territoriali per il possesso di alcune isole del Golfo Persico rivendicate dal Bahrein. Rex Tillerson, segretario di Stato americano, ha rivolto un appello ai paesi arabi, invitandoli a superare le divergenze e a ritrovare l'unità, soprattutto nel Consiglio di cooperazione del Golfo, alle prese con la crisi peggiore da quando, nel 1981, il Consiglio è nato. Forse però non è un caso che il conflitto diplomatico sia esploso pochi giorni dopo la visita di Donald Trump nella regione.

Nelle ultime due settimane, alcuni articoli attribuiti all'emiro del Qatar, Tamin bin Hamad al Thani, che aveva criticato la retorica anti-iraniana dei suoi vicini del Golfo e contro il presidente americano, hanno sollevato grande clamore in Arabia Saudita. Il Qatar ha smentito quelle dichiarazioni, liquidandole come 'fake news', ma gli Emirati avevano avvertito che "una grave crisi" stava per scatenarsi all'interno del Consiglio di cooperazione del Golfo.Per il ministero degli Esteri di Doha, come rivela Al Jazeera, sono "misure ingiustificate che si basano su rivendicazioni e accuse prive di fondamento". Nel suo comunicato il ministero sostiene anche che voler mettere "sotto tutela lo Stato del Qatar è l'obiettivo evidente della decisione saudita, del Bahrain e degli Emirati Arabi Uniti, presa in coordinamento con l'Egitto," e esprime il "rammarico" nel "constatare che in una fase regionale così pericolosa, i tre Paesi del Golfo vedano il Qatar come la minaccia più importante".

Intanto, altra conseguenza della manovra di stamattina, la squadra di calcio saudita Al Ahli FC è pronta a cambiare sponsor: dopo l'annuncio di Riad della rottura delle relazioni diplomatiche con Doha, il club dà l'addio a Qatar Airways.

fonte: http://www.repubblica.it/esteri/2017/06 ... P2-S1.8-T1
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Re: Il bue dice cornuto all'asino

Messaggioda pianogrande il 06/06/2017, 0:15

Proprio così.
Il titolo del thread lo trovo davvero azzeccato.

Non so quanti paesi arabi abbiano la coscienza pulita rispetto al terrorismo.

L'Arabia Saudita direi proprio di no.

Per la mitica proprietà transitiva, neanche l'America che con quel paese traffica a decine di miliardi (tra l'altro in armamenti) ha la coscienza pulita.

Sta a vedere che, dopo i dittatori buoni/necessari e cattivi, arriveremo a distinguere anche tra terrorismo buono e terrorismo cattivo dove è facile prevedere l'Arabia Saudita e l'America da che parte si collocheranno.
Fotti il sistema. Studia.
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Re: Il bue dice cornuto all'asino

Messaggioda trilogy il 03/07/2017, 21:54

Interessante questo articolo. Spiega in maniera molto chiara le spietate e complesse strategie di politica internazionale che si stanno confrontando in medio oriente.

Equilibri regionali - Medio Oriente: due agende, un nuovo ordine
Lorenzo Kamel

03/07/2017

In anni recenti numerosi studiosi si sono concentrati sulla tesi della fine dell'ordine “Sykes-Picot”, alludendo all’accordo segreto siglato tra il diplomatico britannico Mark Sykes e il suo omologo francese François Georges-Picot nel 1916.

In verità, già alla fine del conflitto mondiale l’accordo Sykes-Picot era divenuto lettera morta e pressoché tutte le questioni discusse nel 1915-16 non sono mai state realizzate, inclusa la prevista internazionalizzazione di Gerusalemme.

Ciò che tuttavia ha ancora un riflesso significativo sul presente della regione è la mentalità attraverso cui le autorità britanniche e francesi si rapportarono ad essa, in particolare nella fase storica in cui venne firmato l’accordo.

Londra e Parigi definirono le realtà locali e il dissenso che da esse emergeva come espressioni di primitive fratture religiose, ponendo al contempo una serie di nuove istituzioni (incluso al-Majlis al-Islāmī al-Aʿlā, il “Supremo consiglio islamico in Palestina”) come moderni sistemi necessari per sovrastare ciò che ai loro occhi appariva come una “mischia medievale”

Le strutture giudiziarie e comunitarie immaginate e costituite nel secondo decennio del secolo scorso riuscirono in altre parole a imprimere una valenza giuridica alle differenze religiose.

Sykes-Picot 2.0
Per alcuni aspetti, il Medio Oriente è oggi alle prese con la fase iniziale di un nuovo ordine “Sykes-Picot”. Rispetto a un secolo fa, questa nuova fase avrà probabilmente ripercussioni globali più complesse.

Anche il “nuovo Sykes-Picot”, come la versione precedente, enfatizza le fratture tra le popolazioni locali e rende la regione sempre più dipendente da attori esterni. È verosimile che l’attuale processo di destabilizzazione proseguirà il suo corso: ciò renderà più accettabile, agli occhi delle popolazioni locali, l’ascesa di un nuovo ordine regionale tendenzialmente dipendente da attori esterni.

La prima fase dell’attuale “processo di assestamento” sta passando attraverso due distinte agende politiche e strategiche in competizione l’una con l’altra. Entrambe si basano su ideologie che non accettano compromessi e mirano a imporre i propri interessi tramite “guerre per procura”.

La prima agenda, tendenzialmente “intra-regionale” (a dispetto dell’appoggio a fasi alterne offerto da Mosca), punta a mantenere e a rafforzare l’asse che unisce Teheran, Baghdad, Damasco e Beirut. La seconda mira invece a imporre un nuovo ordine regionale in larga parte influenzato da, o a beneficio di, attori extra-regionali.

Relazioni israelo-saudite
È proprio questa seconda “agenda” quella che al momento sembra avere il sopravvento. Tre strategie chiave sono state di recente implementate per favorirne l’ascesa:
1) La decisione di alcuni Stati del Golfo e dell’Egitto di tagliare i legami con il Qatar.
2) La repentina elevazione di Mohammed bin Salman alla posizione di principe ereditario della corona saudita.
3) Il trasferimento delle isole Tiran e Sanafir dal controllo del Cairo a quello di Riad.

La crisi del Qatar, in cui Doha gioca principalmente il ruolo di capro espiatorio, era finalizzata a fornire un chiaro segnale agli attori regionali, mostrando le conseguenze che dovranno affrontare quanti, a cominciare dalla Turchia, non si dimostreranno disposti ad allinearsi al fronte anti-iraniano e al tacito accordo che lega Israele all’Arabia Saudita e ai suoi alleati.

La seconda decisione, attraverso la quale Mohammed bin Salman è oggi primo nella linea di successione al trono saudita a scapito di suo cugino Mohammed bin Nayef, è stata avallata da Washington a condizione che venissero appoggiate le finalità strategiche caldeggiate da Israele e Stati Uniti. Ciò comprende anche l’obiettivo di smantellare Hamas e reinsediare la maggior parte dei residenti della Striscia di Gaza nel nord del Sinai, dove Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono pronti a fornire mezzi e risorse necessarie.

Ultimo, ma non per importanza, il passaggio delle isole di Tiran e Sanafir dall’Egitto (la cui sovranità sulle isole è riconducibile al 1906) all’Arabia Saudita. L’accordo, ratificato dal presidente Abdel Fattah al-Sisi nonostante la forte opposizione espressa da larga parte dell’opinione pubblica egiziana, permette a Riad di avere il pieno controllo dell’accesso al Golfo di Aqaba.

Diverse fonti saudite confermano che “le relazioni israelo-saudite rappresentano l’aspetto cardine per comprendere tanto la questione delle isole Tiran e Sanafir, quanto le trasformazioni che stanno interessando la regione e le decisioni prese dietro le quinte riguardo la causa palestinese”. Riad, che nel 2015 ha firmato un memorandum d'intesa per l’addestramento congiunto di ufficiali sauditi e israeliani, controlla ora gli accessi di Israele e Giordania al Mar Rosso ed è in grado di tagliar fuori Teheran da larga parte delle tratte commerciali nella zona.

Balcanizzazione: cui prodest?
Un secolo fa, il “sistema Sykes-Picot” ha ostacolato o rinviato l’ascesa di un ordine immaginato e plasmato da attori interni alla regione. Per alcuni versi stiamo ora assistendo alla conclusione di un’impasse storica durata un secolo.

L’attuale fase di transizione è stata inizialmente gestita dell'amministrazione Obama con un approccio ambiguo ma prudente. Il presidente Donald Trump, per contro e a dispetto delle apparenze, sta perseguendo un programma più chiaro. Sotto la sua amministrazione i regimi sono tornati ad essere considerati come parte della “soluzione” e non del problema. Parafrasando quanto riferito da un ex generale israeliano all’ex ambasciatore israeliano a Washington Michael Oren (2015), “Why won’t Americans face the truth? To defend Western freedom, they must preserve Middle Eastern tyranny”.

Le “tirannie” locali sono disposte a pagare un prezzo salato pur di veder garantita la propria sopravvivenza. Questo spiega il motivo per il quale negli ultimi sei anni Riad ha investito enormi risorse per opporsi alla nascita di governi o movimenti che avrebbero potuto rappresentare, nel mondo arabo, un’alternativa credibile al “modello saudita”. In quest’ottica va inserita anche la scelta delle autorità saudite di sostenere il colpo di Stato ai danni del presidente egiziano islamista (e democraticamente eletto) Mohammed Morsi.

Nel breve periodo, i regimi locali otterranno benefici tangibili da queste strategie e dal nuovo ordine che si sta delineando. Sul lungo termine, tuttavia, il quadro appare più fosco. La regione è molto cambiata rispetto al passato, in particolare a partire dal 2011. Soluzioni “mordi e fuggi” ed ideologie utilizzate in altre fasi per “distrarre” le opinioni pubbliche locali (pan-arabismo, pan-islamismo, ostilità nei confronti di Israele ecc.) avranno ancora meno presa nel prossimo futuro. Ciò contribuisce a suggerire che il nuovo ordine promosso da Riad potrebbe in ultima analisi ritorcersi contro chi lo ha promosso: esso porterà infatti ad un Medio Oriente ancora più dipendente da attori esterni, ma anche a un ulteriore indebolimento del regno saudita e alla “balcanizzazione” di ampia parte della regione.

Lorenzo Kamel è responsabile di ricerca IAI, Marie Curie Experienced Researcher al FRIAS e Associate al CMES dell’Università di Harvard
Traduzione dall’originale in inglese a cura di Matteo Liberti, stagista presso l’Area Comunicazione dello IAI


fonte: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=4041
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Re: Il bue dice cornuto all'asino

Messaggioda ranvit il 04/07/2017, 11:28

Condivido la politica trumpiana....meglio avere delle dittature locali che controllino la situazione, piuttosto che dare spazio agli integralismi islamici di varia natura. 8-)
Ogni popolo deve avere il suo tempo e le sue modalità per evolversi. Non tocca a noi occidentali operare per impossibili democrazie 8-)
Il 60% degli italiani si è fatta infinocchiare votando contro il Referendum che pur tra errori vari proponeva un deciso rinnovamento del Paese...continueremo nella palude delle non decisioni, degli intrallazzi, etc etc.
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