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La Vallonia sta bloccando un grosso accordo tra UE e Canada

Discussioni su quanto avviene su questo piccolo-grande pianeta. Temi della guerra e della pace, dell'ambiente e dell'economia globale.

La Vallonia sta bloccando un grosso accordo tra UE e Canada

Messaggioda gabriele il 27/10/2016, 10:52

La Vallonia sta bloccando un grosso accordo tra UE e Canada
Il parlamento della regione francofona ha respinto il CETA, che abolirebbe molte tariffe doganali: e per le regole europee va approvato all'unanimità

Una delle due macroregioni di cui è fatto il Belgio sta riuscendo a bloccare uno storico accordo commerciale tra Unione Europea e Canada, che doveva essere finalizzato in questi giorni dopo sette anni di trattative. La regione in questione è la Vallonia, una delle tre entità – oltre a Bruxelles e alle Fiandre – in cui è diviso il Belgio: il suo parlamento nei giorni scorsi ha bocciato il cosiddetto “Accordo economico e commerciale globale” (CETA), un accordo commerciale che l’Unione Europea in cui sono in ballo miliardi di euro e che prevede l’abolizione della quasi totalità delle tasse sui commerci fra Canada e paesi dell’Unione.
La decisione del parlamento locale ha obbligato il governo belga a votare contro il CETA in sede di Consiglio dell’Unione Europea. È un problema, visto che per le regole europee i trattati commerciali devono essere approvati all’unanimità da tutti i parlamenti dei paesi compresi quelli regionali, ma anche una questione piuttosto bizzarra: l’opposizione della Vallonia, con i suoi 3,6 milioni di abitanti, rischia di condizionare l’intera Unione, che ne ha più di 500. Il presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz ha promesso sabato che l’Unione Europea riuscirà comunque a concludere il trattato, nonostante gli “ostacoli dell’ultimo minuto”.

Il momento più drammatico della trattativa è avvenuto venerdì, al termine di un incontro tra il ministro per il Commercio canadese Chrystia Freeland e i rappresentanti del parlamento vallone nella città di Namur. Freeland si era recata in Belgio proprio nel tentativo di risolvere la disputa, ma al termine dell’incontro, nel corso di un discorso in cui è sembrata trattenere le lacrime, ha detto che il trattato è fallito e che l’Unione Europea non è in grado di sottoscrivere accordi commerciali. Pochi mesi fa erano fallite delle trattative per un altro importante accordo commerciale, il TTIP con gli Stati Uniti. Sabato, Freeland ha incontrato Schulz e ha fatto una dichiarazione più aperta alla possibilità che la trattativa vada a buon fine: «È arrivato il momento che l’Europa finisca quel che ha cominciato». Ma cos’ha in particolare la Vallonia contro il CETA?

L’edizione europea di Politico, scrive che l’opposizione del parlamento vallone è guidata da Paul Magnette, leader del partito socialista e del governo della Vallonia. Secondo Politico, le motivazioni di Magnette sono in parte dovute alla tattica politica. Negli ultimi anni il partito socialista vallone – una regione prevalentemente rurale e storicamente molto “di sinistra” – sta perdendo moltissimi consensi a favore della sinistra estrema e Magnette sta utilizzando l’opposizione all’accordo come metodo per recuperare i consensi dei radicali.
Il CETA, come il TTIP, è osteggiato dalla sinistra e dagli ambientalisti che lo accusano sostanzialmente di andare a esclusivo vantaggio delle multinazionali. Magnette respinge le accuse di aver fatto una scelta sulla base della tattica politica interna e sostiene invece che lui e il partito socialista vallone sono tra i pochi leader politici europei ad essere rimasti idealisti e difendere gli interessi del resto del continente. Le sue opinioni, però, non sono molto condivise. Nessuno dei partiti socialisti europei condivide la posizione e i timori dei socialisti belgi. Magnette è stato duramente criticato da leader dei socialisti europei come François Hollande e Matteo Renzi, che gli hanno chiesto di cambiare posizione. BBC dice che sabato mattina sono iniziati dei negoziati di emergenza per tentare di salvare l’accordo, ma non è chiaro se ci riusciranno.
Il CETA è stato negoziato nel corso degli ultimi sette anni e prevede l’eliminazione di più del 90 per cento delle tariffe e delle barriere doganali che ci sono al momento tra Canada ed Europa. Secondo alcune stime, gli esportatori europei che lavorano in Canada risparmieranno 500 milioni di euro l’anno da questo abbattimento. Insieme al fallimento del TTIP, i problemi del CETA sembrano mostrare che in Europa sia sempre più difficile approvare norme sul commercio internazionale, dopo un lungo periodo in cui trattati del genere hanno incontrato pochissimi ostacoli.
Secondo Andrew Walker, corrispondente economico della BBC, i problemi del CETA sono anche una cattiva notizia per il Regno Unito. Il paese, infatti, ha votato per uscire dall’Unione Europea, e quando inizierà le procedure formali per abbandonare l’Unione dovrà contemporaneamente negoziare un nuovo accordo commerciale con il resto dell’Unione. Come la fine del CETA dimostra, però, basta un’opposizione anche molto ridotta per bloccare uno di questi accordi.

http://www.ilpost.it/2016/10/22/vallonia-ceta/

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Re: La Vallonia sta bloccando un grosso accordo tra UE e Can

Messaggioda flaviomob il 27/10/2016, 11:47

L’accordo con il Canada ha tirato fuori il meglio e il peggio dell’Ue

Francesca Spinelli, giornalista e traduttrice

Nel luglio del 2015 a Bruxelles ho conosciuto Denise Gagnon, energica e loquace rappresentante del Réseau québécois sur l’intégration continentale (Rqic). Denise aveva attraversato l’oceano per partecipare a un incontro sulla campagna internazionale contro i due accordi di libero scambio che l’Unione europea stava negoziando, il primo con il Canada (l’ormai celebre Ceta, Accordo economico e commerciale globale), il secondo con gli Stati Uniti (il Ttip, Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti).

Era una di quelle impegnative giornate estive belghe, quando di estivo c’è solo il mese sul calendario e tocca mettere la giacca per uscire a prendere una boccata d’aria. Denise mi aveva spiegato che il Canada e l’Unione europea avevano già raggiunto l’intesa sul contenuto dell’accordo. Era cominciata la fase dell’esame giuridico, che sarebbe durata oltre un anno.

L’Rqic, e così tutti i gruppi e le associazioni canadesi contrari al Ceta, speravano che il risultato delle elezioni politiche del 19 ottobre 2015 potesse rimettere in discussione il trattato, voluto dal governo conservatore di Stephen Harper e accusato di anteporre gli interessi delle multinazionali ai diritti dei consumatori e dei lavoratori e alla tutela dell’ambiente.

Il potere di otto parlamenti
La vittoria dei liberali guidati da Justin Trudeau non ha portato al ripensamento sperato. In Canada la campagna contro il Ceta è andata avanti, ma con gli occhi puntati sull’altra sponda dell’Atlantico: ormai solo gli europei avevano il potere di modificare o bloccare il trattato.

Un anno dopo la mia chiacchierata con Denise, nel luglio del 2016, la Commissione ha accolto la richiesta di alcuni stati membri, dichiarando che il Ceta era un accordo misto (comprende cioè disposizioni di competenza europea e nazionale).

Per entrare in vigore, dopo il via libera dei governi degli stati membri e la firma ufficiale tra l’Unione europea e il partner commerciale, un accordo misto deve essere approvato non solo dal parlamento europeo ma anche dai parlamenti di tutti e ventotto gli stati membri. La Commissione può tuttavia decidere l’applicazione provvisoria dell’accordo, nelle parti di competenza europea, subito dopo l’approvazione del parlamento europeo, nell’attesa che si pronuncino gli altri parlamenti. C’è un unico stato membro che chiede ai suoi deputati di pronunciarsi sugli accordi misti prima della firma ufficiale: il Belgio, che di parlamenti ne ha otto.

La Commissione sapeva che il Ceta, senza modifiche sostanziali, rischiava di non essere approvato dal parlamento vallone, e quindi neanche dal Belgio

Dall’inizio dei negoziati sul Ceta, nel 2009, ong, sindacati, associazioni di categoria, esponenti di parlamenti nazionali ed eurodeputati si sono interessati al trattato, hanno analizzato i documenti disponibili, hanno espresso perplessità, in particolare sul meccanismo di risoluzione delle controversie tra aziende e stati, che favorirebbe gli interessi delle aziende attraverso la creazione di tribunali speciali. È stata lanciata una petizione contro il Ttip e il Ceta che ha raccolto più di tre milioni di firme.

Anche i deputati del parlamento vallone hanno fatto il loro lavoro: hanno studiato il testo, organizzato audizioni di esperti, segnalato alla Commissione europea i punti che non li convincevano, e questo già a ottobre del 2015. La Commissione sapeva benissimo che il Ceta, senza modifiche sostanziali, rischiava di non essere approvato dal parlamento vallone, e quindi neanche dal Belgio, ma ha preferito tirare dritto, convinta che una regione non avrebbe mai osato compromettere la firma di un accordo europeo.

Brusco risveglio dell’informazione
Poi, all’inizio di ottobre, dopo una lunga indifferenza, i mezzi d’informazione europei hanno improvvisamente scoperto il Ceta, la sua importanza, la sua firma imminente e “l’irresponsabile determinazione” con cui la regione Vallonia minacciava di far saltare anni di negoziati, compromettendo le relazioni con il Canada e condannando l’Unione europea a un “inarrestabile declino commerciale”.

Le cose non sono andate così, e la Commissione lo sapeva benissimo, ma ha preferito alimentare la sorpresa e l’indignazione, moltiplicando gli ultimatum al Belgio e le mezze concessioni senza nessun valore giuridico nella speranza che la situazione si sbloccasse in tempo per la visita di Justin Trudeau a Bruxelles, il 27 ottobre.

Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha formulato una tetra profezia: “Il Ceta potrebbe essere l’ultimo accordo commerciale” negoziato dall’Unione europea. Il governo federale belga, guidato da una coalizione di centrodestra a maggioranza fiamminga, si è detto preoccupato dalla “radicalizzazione” delle posizioni valloni.

L’Unione europea è ostaggio di un pugno di parlamentari esaltati che rappresentano meno dell’1 per cento della popolazione europea: ecco come è stata presentata la situazione.

Da qualche giorno comincia a farsi avanti un’altra analisi. Sempre più commentatori denunciano la malafede delle istituzioni europee, che da un lato auspicano una maggiore partecipazione democratica dei cittadini alle decisioni dell’Unione e dall’altro non accettano che questi stessi cittadini esercitino il loro diritto di sorveglianza democratica.

Dalla Vallonia arriva il no al trattato nella sua forma attuale, ma piena disponibilità a ridiscuterlo per raggiungere una nuova intesa

In Belgio, altri tre parlamenti (quello della regione Bruxelles-Capitale, quello della Comunità francese e quello della Commissione comunitaria francese) hanno bocciato l’accordo, ma la Vallonia è diventata il simbolo di questa resistenza.

Europeista convinto
Il merito è del suo giovane ministro-presidente, il socialista Paul Magnette, che non si è lasciato intimidire dalla pioggia di pressioni e ha continuato a difendere con eloquenza la posizione espressa dal parlamento: no al trattato nella sua forma attuale, ma piena disponibilità a ridiscuterlo per raggiungere una nuova intesa.

Magnette è un europeista convinto, sensibile alla crisi del rapporto tra istituzioni e cittadini dell’Unione europea fin dai tempi del suo lavoro di ricerca all’Université libre de Bruxelles.

Opporsi al Ceta per lui non vuol dire opporsi all’Unione europea, ma a un certo modo di fare politica al livello europeo: con condiscendenza, scarsa trasparenza, tanta premura verso le grandi aziende e minore attenzione agli interessi dei cittadini. Lo spiega in un bel discorso pronunciato il 14 ottobre, che consiglio di ascoltare (o leggere) a chiunque desideri ritrovare un po’ di fiducia nella classe politica europea.

Ora non è chiaro che fine farà il Ceta. Da lunedì circolano informazioni contrastanti. Donald Tusk e Justin Trudeau hanno dichiarato che l’incontro del 27 è ancora possibile anche se tutto indica il contrario.

Secondo l’eurodeputato italiano Gianni Pittella un nuovo accordo potrebbe essere raggiunto nel giro di due o tre settimane, altri ipotizzano tempi più lunghi. L’eurodeputato belga Guy Verhofstadt ha suggerito una soluzione più radicale: il Consiglio potrebbe chiedere alla Commissione di tornare sui suoi passi e annullare il carattere misto del Ceta. Di certo la Commissione, spinta dal Canada e con il sostegno del governo federale belga, cercherà in tutti i modi di piegare o di aggirare l’opposizione della Vallonia.

Comitato di accoglienza
È altrettanto certo che dovrà affrontare una resistenza rinforzata dalle vicende di queste ultime settimane. In Canada, Denise e gli altri membri del Réseau québécois sur l’intégration continentale hanno accolto con entusiasmo la notizia della “paralisi del Ceta”: “È frutto di una formidabile mobilitazione sociale dai due lati dell’Atlantico che è cominciata nel 2010 e si è intensificata negli ultimi mesi”, si legge in un comunicato del 24 ottobre. “Il Ceta presenta delle lacune così profonde che nulla può giustificarne l’adozione se non l’ostinazione di un’élite politica ed economica che non esita a calpestare la democrazia e insiste nel portare avanti un modello neoliberista che rappresenta una sconfitta per i popoli e per l’ambiente”.

Il comunicato si conclude con un invito a Trudeau: “Farebbe meglio a restare in Canada e a cominciare a consultare la società civile per capire cos’è che non va nel Ceta”. Se dovesse venire a Bruxelles, troverà ad aspettarlo un animato comitato di accoglienza. Decine di associazioni belghe, all’origine della campagna di protesta Ttip game over, avevano infatti programmato da tempo un’azione contro la firma del Ceta, azione dal nome premonitore: “Ceta hang over”, il rinvio del Ceta.

http://www.internazionale.it/opinione/f ... -canada-ue
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Paul Magnette ha chiarito martedì 25 ottobre che la regione belga non si oppone al Ceta – il trattato di libero scambio tra Unione europea e Canada – in sé, ma al sistema di arbitrati previsto dall'accordo per risolvere le controversie economiche, ritenuto un’arma concessa alle multinazionali per influenzare le politiche pubbliche degli stati.

http://www.tpi.it/mondo/europa/ceta-acc ... -contraria

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L’Unione, il Ceta e i troppi errori “diplomatici”

http://www.eunews.it/2016/10/25/lunione ... tici/70506


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Re: La Vallonia sta bloccando un grosso accordo tra UE e Can

Messaggioda gabriele il 27/10/2016, 13:33

Io capisco perfettamente la volontà di resistere e dissentire. Qui però siamo oltre. Qui si parla di un sistema decisionale che non funziona.

Non è possibile che difronte ad un trattato di tale portata, un sub-stato possa bloccare la volontà collettiva di tutto il resto dell'UE. Non è possibile perché è un sistema che va contro un punto cardine della democrazia, e cioè che le scelte si prendono a maggioranza.

Quello che sconcerta è che tali formulazioni di percorso decisionale si trovano molto spesso in seno all'UE. "Basta un veto a bloccare tutto". Che Europa è mai questa? L'Europa dell'immobilismo. Ma al giorno d'oggi chi è immobile, retrocede.

Spero flavio concorderai su questo. Abbiamo un Europarlamento, una Commissione Europea, un consiglio dei ministri rappresentato dai governi europei e una corte europa di giustizia. Nonostante tutto ciò a garanzia democratica dello stato di diritto basta un no della Vallonia per inficiare una scelta totalmente (a parte la Vallonia, ovviamente) condivisa.

Questa cosa è A L L U C I N A N T E, oltre che antidemocratica
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Re: La Vallonia sta bloccando un grosso accordo tra UE e Can

Messaggioda flaviomob il 27/10/2016, 14:19

No, non è così. E' il meccanismo dell'unanimità a determinare la possibilità di blocchi ad accordi di questo tipo, lo stesso che Renzi minaccia di usare quando dice che metterà il veto al bilancio UE se non gli fanno passare il deficit eccessivo. Inutile poi aggiungere che i cittadini europei non vengono consultati, e spesso neppure informati, sui dettagli (dove si nasconde il diavolo) di questi accordi. Scelte condivise non ne esistono veramente e il fallimento delle trattative per il TTIP, con una sollevazione popolare in Germania ed altri stati (nonostante i governi) ne è la dimostrazione.

Non era meglio intervenire per modificare e migliorare l'accordo, invece di arrivare a perdere uno scontro largamente prevedibile da chi avesse avuto una minima conoscenza dei meccanismi istituzionali intereuropei?

http://www.huffingtonpost.it/2015/10/10 ... 73944.html


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