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Caos Siria, Obama rompe gli indugi

Discussioni su quanto avviene su questo piccolo-grande pianeta. Temi della guerra e della pace, dell'ambiente e dell'economia globale.

Caos Siria, Obama rompe gli indugi

Messaggioda franz il 24/08/2013, 8:59

Obama: “In Siria dobbiamo
agire ma non andremo da soli”

Alle 7 e 58 minuti del mattino Barack Obama è già nella palestra della Ymca, davanti all’albergo di Auburn dove ha passato la notte. La scorta e i giornalisti lo aspettano sul bus con cui sta girando New York e Pennsylvania per risedurre la classe media.

Ma Obama smaltisce le tossine sul tapis roulant. Tenere in forma i muscoli, certo, per un cinquantenne che non si rassegna ad abbandonare il basket, ma anche bisogno di macinare via lo stress del nuovo mandato, che sta facendo tutto il possibile per confermare la tradizionale maledizione della seconda volta.

L’ultimo guaio è l’attacco chimico in Siria, che lo sta spingendo verso la svolta. Giovedì alla Casa Bianca c’è stato un «consiglio di guerra», e Obama dice alla Cnn che «è un fatto grave», mentre il Pentagono rivede i piani per l’intervento. Quei bambini morti lo hanno sconvolto. Poi ci sono la crisi economica che rallenta appena, l’Egitto, Edward Snowden e i segreti della National Security Agency, la condanna di Bradley Manning, i droni, il fracking, i repubblicani che minacciano un nuovo shut down del governo a ottobre, e persino l’indice Nasdaq che si inceppa. Non a caso, la sua popolarità nei sondaggi oscilla da tempo sotto il 50%. E pensare che lui voleva concentrarsi sulla riforma sanitaria da applicare, i costi delle università da abbassare, e l’eguaglianza economica che è il nuovo diritto civile più impellente, cinquant’anni dopo la marcia di Martin Luther King su Washington.

Quando atterra a Buffalo per salire sul «Ground Force One», il bus presidenziale nero, sulla pista lo aspetta il governatore di New York Andrew Cuomo. Un alleato, sicuro, ma anche il memento che gli addetti ai lavori della politica ormai già pensano alla possibile sfida tra il figlio di Mario e la moglie di Bill Clinton nel 2016. Spiegando agli studenti il suo piano in tre punti per ridurre i costi dell’università, cioè collegare i finanziamenti federali all’accessibilità economica dei college, promuovere l’innovazione tecnologica e i corsi via internet, rendere più sopportabile il pagamento dei debiti contratti dagli ex allievi limitandolo al 10% dello stipendio, Barack sbaglia il nome del sindaco della città: «Scusate. È quello che succede quando hai 52 anni, e la memoria non è più agile come a venti».

Lo scopo del viaggio è riconquistare la classe media, per mettere all’angolo l’opposizione intransigente dei repubblicani, e già questo è un punto di partenza complicato. Nonostante il presidente dica che le pari opportunità economiche sono il nuovo diritto civile principale della nostra era, «dal 2009 a oggi la retribuzione media dei “chief executive officer” delle grandi compagnie è aumentata del 40%, mentre l’americano medio guadagna meno di quanto prendeva nel 1999».

In pochi luoghi la disparità è evidente come in quelli scelti per il giro in bus: a Syracuse il tasso di povertà è al 32,3%, con il 42,4% della forza lavoro che ha proprio smesso di cercare occupazione; a Scranton la povertà è al 20,4%, e la rinuncia al lavoro al 41,3%. Buffalo: 29,1% di povertà e popolazione dimezzata: chi ha rubato il sogno americano? E i repubblicani minacciano di bloccare ancora le attività dello Stato a partire dal primo ottobre, quando scadrà l’accordo in corso per i dannosi tagli automatici alla spesa, perché Obama non si è piegato alla loro linea sulla riduzione dei bilanci.

A Rochester, su consiglio del senatore Schumer, il presidente entra in maniche di camicia al Magnolia Deli, per salutare i clienti del ristorante e parlare di investimenti nell’istruzione. Si scusa per non aver portato la moglie Michelle: «È impegnata a casa con le nostre figlie», e deve anche educare il nuovo cucciolo Sunny, «che fa ancora la pipì dove non dovrebbe».

A Seneca Falls Obama corteggia l’elettorato femminile, andando a visitare il Women’s Rights National Historical Park. È il luogo della prima conferenza sui diritti delle donne tenuta negli Stati Uniti, nel 1848, quando in Italia eravamo ancora alle prese col Risorgimento. Ha portato in omaggio una copia del Lilly Ledbetter Fair Pay Act, la legge approvata nel 2009 per garantire alle donne gli stessi livelli retributivi degli uomini: «È un onore trovarsi in un posto così significativo per la giusta causa che ha trovato espressione qui». La libertà delle donne: sono loro che l’hanno spinto alla vittoria nelle presidenziali dell’anno scorso, se perde il consenso femminile è finita.

La realtà, però, lo insegue e lo raggiunge nel pomeriggio, sulla strada fra Seneca Falls e Syracuse: vertice alla Casa Bianca del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, per decidere come rispondere all’attacco chimico di Assad e alla crisi in Egitto, e briefing col capo dello Staff Denis McDonough per capire cosa diavolo è successo all’indice Nasdaq, paralizzato nel pieno delle contrattazioni. Da diversi mesi il Dow Jones sta dando segni di vita a Wall Street, ma ora la probabile fine degli stimoli Fed all’economia lo sta frenando: ci mancano solo gli inconvenienti tecnici a complicare le cose.

Dai finestrini oscurati del bus che lo sta portando alla Henninger High School di Syracuse, Barack vede i manifestanti che lo aspettano. Niente di enorme, e per strada ha incontrato anche parecchi sostenitori. Però fanno male, quei cartelli esposti: «King, I have a dream. Obama, I have a drone». Martin Luther King aveva un sogno, lui ha i droni per uccidere i terroristi. Ha chiuso la guerra in Iraq, sta chiudendo quella in Afghanistan, eppure la base liberal lo tratta come un assassino, proprio ora che i veri assassini fanno scorrere il sangue in Siria ed Egitto. Gli rimproverano anche il fracking, la nuova tecnica di estrazione del gas e del petrolio, che aiuta l’America a diventare autosufficiente e riduce il potere di ricatto del turbolento Medio Oriente. Dicono che inquina la loro acqua, e gli chiedono di smetterla.

Sulle sue indecisioni mediorientali il presidente ha l’attenuante che neppure i neocon più interventisti sono d’accordo su cosa fare: l’ex consigliere di Bush Elliot Abrams vuole togliere gli aiuti al Cairo, l’ex ambasciatore all’Onu Bolton ordina invece di appoggiare il golpe dei militari per non fare regali agli estremisti islamici. E sulla Siria è proprio l’ex rivale repubblicano dei neocon, il realista McCain, a sollecitare l’intervento militare. Obama per ora sceglie la via della prudenza e del «conseguenzialismo», ossia considerare gli effetti delle sue mosse sugli interessi nazionali di Washington. Ancora frena sull’invio degli «stivali sul terreno», ma intanto il Pentagono aggiorna i target da colpire a Damasco e considera l’uso dei raid con i missili Tomahawk.

La notte, piena di pensieri di quelli che ingrigiscono i capelli, passa ad Auburn, ma il presidente ha poca voglia di dormire. Si alza all’alba e corre in palestra. Poi sale sull’autobus, e mentre viaggia verso un incontro con gli studenti della Binghamton University, chiede all’autista di fermarsi a Skaneateles. I ragazzi e le ragazze della squadra di calcio della Tully Central High School si stanno allenando, e lui vuole passare per un saluto: come un «soccer dad», felice di poter rubare qualche minuto ai guai del mondo, per passeggiare sopra un prato.

A Binghamton gli studenti gli concedono una tregua, usando l’incontro per discutere solo il futuro delle università. Poi altre due ore di «Ground Force One», per chiudere il giro in bus a Scranton insieme al vice Biden. La prima occasione per parlargli faccia a faccia, dietro le quinte, dell’attacco in Siria. Tra qualche ora si torna alla Casa Bianca, per affrontare la crisi che minaccia di cambiare la sua presidenza.

http://www.lastampa.it/2013/08/24/ester ... agina.html
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Re: Caos Siria, Obama rompe gli indugi

Messaggioda ranvit il 24/08/2013, 11:18

Consiglierei agli Usa di stare il piu' lontano possibile da queste beghe....ci ritroveremmo Al Qaeda alla guida della Siria :roll: Meglio lasciar fare alla Russia ed alla Cina.
Il 60% degli italiani si è fatta infinocchiare votando contro il Referendum che pur tra errori vari proponeva un deciso rinnovamento del Paese...continueremo nella palude delle non decisioni, degli intrallazzi, etc etc.
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Re: Caos Siria, Obama rompe gli indugi

Messaggioda franz il 25/08/2013, 10:53

Siria, Usa pronti a intervento militare
Ma l'Iran avverte: "Dure conseguenze"


L'America e la Gran Bretagna si preparano a intervenire, soprattutto dopo le "crescenti indicazioni" circa "un significativo attacco con armi chimiche" da parte del governo siriano. Il Pentagono si dice pronto ad attuare le opzioni militari. Ma dall'Iran arriva l'avvertimento: "Gli Usa non oltrepassino la linea rossa". Colloquio telefonico tra il segretario di Stato americano, John Kerry e il collega siriano Walid al-Muallem. Il 26 agosto i capi di Stato maggiore di diversi Paesi occidentali, tra cui l'Italia, e musulmani si riuniranno ad Amman per discutere della situazione
Lo leggo dopo
Siria, Usa pronti a intervento militare Ma l'Iran avverte: "Dure conseguenze" (ansa)

ROMA - Un colloquio telefonico tra il primo ministro britannico David Cameron e il presidente Usa Barack Obama, e la conferma che "il significativo uso di armi chimiche meriterebbe una seria risposta dalla comunità internazionale". La Siria dunque è nel mirino, l'America e la Gran Bretagna si preparano a intervenire, soprattutto dopo le "crescenti indicazioni" secondo cui da parte del governo siriano c'è stato"un significativo attacco con armi chimiche" contro il suo popolo, osservano Obama e Cameron.

"Il fatto che il presidente Assad non abbia cooperato con l'Onu suggerisce che il regime ha qualcosa da nascondere", si legge in una nota di Downing Street. E mentre il presidente Obama sta valutando l'entità e l'opportunità di un'eventuale risposta militare in Siria, il Pentagono si dice pronto ad attuare le opzioni militari, nel caso in cui il presidente scegliesse di esercitare una di queste. Lo afferma il segretario alla Difesa americano Chuck Hagel. "Il presidente Obama ha chiesto al dipartimento della Difesa - afferma Hagel - di preparare opzioni per tutte le emergenze. Lo abbiamo fatto e siamo preparati a esercitare qualsiasi opzione", ha sottolineato.

Ma l'Iran, principale alleato della Siria, reagisce all'ipotesi di un intervento militare annunciano "dure conseguenze" e avverte: "L'America conosce le delimitazioni della linea rossa sul fronte siriano, se Washington le supera ci saranno serie conseguenze per la Casa Bianca", ha detto il comandante delle forze armate siriane Massoud Jazayeri e vice capo dello Stato maggiore. Intanto, il segretario di Stato americano, John Kerry ha avuto un colloquio telefonico con il collega siriano Walid al-Muallem. Secondo quanto riferito dal Dipartimento di Stato americano, il capo della diplomazia Usa ha detto che "se il regime siriano non ha nulla da nascondere dovrebbe autorizzare un accesso immediato e senza ostacoli" al sito vicino Damasco in cui sarebbe avvenuto l'attacco.

E lo stesso Muallem, secondo l'emittente iraniana Press tv, ha parlato di continui contatti tra il ministero degli Esteri iraniano e il governo siriano e avrebbe assicurato che il governo siriano consentirà l'accesso al sito agli ispettori Onu in una conversazione con il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif. "Ci hanno assicurato che non sono mai state usate armi chimiche e che c'è la disponibilità a una piena cooperazione con le Nazioni Unite per il controllo e le verifiche nelle zone interessate". Kerry, da parte sua, ha avuto colloqui telefonici anche con i colleghi di Arabia Saudita, Giordania e Turchia.

E' stato deciso incoltre che i capi di Stato maggiore di diversi Paesi occidentali e musulmani si riuniranno il 26 agosto ad Amman per discutere della situazione in Siria, su invito del capo di Stato maggiore giordano Mechaal Mohamed el Zeben e del capo del comando americano per il Medio Oriente Centocom, generale Lloyd Austin. Lo ha annunciato un alto responsabile giordano., secondo cui tra i Paesi invitati c'è anche l'Italia.

http://www.repubblica.it/esteri/2013/08 ... ef=HRER1-1
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Siria: "Attacco entro i prossimi dieci giorni"

Messaggioda franz il 26/08/2013, 7:51

Siria, Stati Uniti e Gran Bretagna
"Attacco entro i prossimi dieci giorni"


Lo affermano due giornali inglesi, sostenendo che la decisione sarà presa "entro 48 ore" e sarebbe frutto della lunga telefonata di ieri tra Barack Obama e David Cameron. Lavrov: "Le conseguenze sarebbero gravissime". Domani inizia l'ispezione degli ispettori Onu alla ricerca di tracce del gas nervino. Ban Ki-moon: "Ogni ora è importante per accertare la verità"

Siria, Stati Uniti e Gran Bretagna "Attacco entro i prossimi dieci giorni" David Cameron e Barack Obama (ansa)
Il presunto attacco con il gas del 21 agosto a Damasco, che secondo l'opposizione siriana ha causato 1.300 morti, ha accelerato il corso degli eventi: Stati Uniti e Gran Bretagna decideranno a breve come procedere al primo attacco missilistico contro il regime siriano. E' quanto riferiscono il Daily Telegraph e il Daily Mail in edicola tra qualche ora a Londra. E le ipotesi di intervento militare fanno alzare il muro russo in difesa dell'alleato siriano: "Ci sarebbero conseguenze gravissime", ha avvertito il ministro degli Esteri Lavrov. Mentre Bashar Assad si difende: "Accuse assurde, se ci attaccano li aspetta il fallimento".

Secondo i due giornali la scossa allo status quo (il conflitto è iniziato a marzo del 2011) sarebbe frutto della lunga telefonata odierna (40 minuti) tra Barack Obama e David Cameron in cui i due leader avrebbero stabilito di prendere una decisione "entro 48 ore" ipotizzando un attacco entro al massimo "10 giorni".

Domani inizia la missione degli ispettori Onu alla ricerca di tracce del gas nervino che secondo l'opposizione siriana Assad avrebeb usato nell' attacco di mercoledì scorso. Ma da Washington, Londra e Parigi sono stati già messe le mani avanti: il via libera è tardivo perchè con ogni probabilità i tecnici del Palazzo di Vetro non troveranno nulla perchè è trascorso troppo tempo. Gli esperti hanno spiegato che dopo 3 gionri (72 ore) è quasi impossibile trovare tracce dei gas, e domani ne saranno trascorsi cinque.

Washington e Londra hanno già nella regione forze militari potenti. Gli Usa hanno schierato nel Mediterraneo (base dell'intera VI flotta) nelle vicinanze delle acque siriane 4 cacciatorpedinieri della classe Arleigh Burke armati ognuno con 96 missili da corciera Tomahawk in grado di colpire con estrema precisione bersagli a 2.500 km di distanza, gli stessi usati per martellare la Libia di Muammr Gheddafi nel 2011. La Royal Navy ha diverse navi da guerra, incluso - secondo il Telegraph - un sottomarino a propulsione nucleare, la portaerei Hms Illustriuos, la portaelicotteri Hms Bulwark e almeno 4 fregate, Il dispositivo aereo vede nelle vicinanze la base Usa di Incirilik a Smirne in Turchia, oltre a squadriglie di F-16 nella confinante Giordania e quella della Raf ad Akrotiri a Cipro.

Oggi è in programma una riunione ad Amman in Giordania dei vertici militari di 10 Paesi, a partire dal generale usa Martin Dempsey, il britannico Sir Nick Houghton, e gli omologhi di Francia (il cui governo sostiene la necessita di una risposta militare ad Assad), Canada, Italia e Germania (che non vedono di buon occhio un intervento armato) oltre che Giordania, insieme ad Arabia Saudita, Qatar e Turchia (Paesi sunniti che fanno a gara nel sostegno alla multiforme opposizione siriana). L'evento, hanno sottolineato diverse fonti, era previsto da giugno ma l'attacco del 21 agosto ha impresso una accelerazione agli eventi e quindi assume una rilevanza diversa.

Il segretario generale delle Nazioni unite Ban Ki-moon ha detto oggi che "ogni ora" è importante per l'attuazione dell'indagine degli esperti dell'Onu sul presunto attacco con armi chimiche in Siria.
"Ogni ora conta. Non possiamo permetterci ulteriori ritardi", ha detto Ban a Seul, poche ore prima dell'inizio della missione di ispezione delle Nazioni unite nella zona, vicino Damasco, teatro mercoledì scorso di un sospetto attacco chimico.

"Il mondo sta guardando la Siria", ha detto Ban Ki-moon, sottolineando ancora una volta che gli esperti delle Nazioni unite devono avere "libero accesso" al sito ed essere messi in grado di lavorare "senza ostacoli".

"Non possiamo lasciare impunito quello che appare essere un grave crimine contro l'umanità", ha detto il capo dell'Onu al termine di una visita di cinque giorni in Corea del Sud, suo paese d'origine.

http://www.repubblica.it/esteri/2013/08 ... ref=HREA-1
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Re: Caos Siria, Obama rompe gli indugi

Messaggioda trilogy il 26/08/2013, 8:23

In siria il quadro politico è peggiore di quello di egiziano. Da una parte c'è il regime laico-nazionalista di Assad appoggiato dai russi e dagli integralisti iraniani. L'esercito regolare di assad, inoltre, è affiancato dai miliaziani di Hezbollah, che hanno svolto un ruolo importante nella battaglia di Qusayr ( vedi: http://temi.repubblica.it/limes/siria-l ... sayr/48048 )

L'opposizione è appoggiata dagli occidentali. E' un fronte variegato dove c'è di tutto: milizie integraliste, estremamente pericolose per gli sviluppi politici di un eventuale dopo Assad. Questi gruppi cercano anche di allrgare il conflitto, vedi il recente lancio di missili dal sud del Libano. Poi ci sono capi popolo furboni che incassano gli aiuti occidentali e si tengono fuori dai combattimenti. Infatti disporre di milizie armate e in piena afficenza dopo la caduta di Assad potrebbe risultare molto utile. Una situazione analoga si è verificata in Libia, dove oggi, i veri detentori del potere sul territorio sono le tribù locali armate fino ai denti.

Insomma tirare i missili dalle navi è semplice, gestire il dopo molto complesso, e penso che nessuno oggi abbia i soldi e la voglia di inviare truppe di terra per anni in Siria.
non c'è nulla di "smart" nel cosiddetto "smart working , chiamiamolo lavoro a distanza.
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Re: Caos Siria, Obama rompe gli indugi

Messaggioda flaviomob il 26/08/2013, 11:59

Non solo. Analogamente a quanto avvenne nell'Egitto di Mubarak, il regime di Assad ha garantito la libertà e l'incolumità della minoranza cristiana. Ora ci troveremmo al paradosso di un occidente che appoggia una componente ribelle pronta a schierarsi, domani, in maniera molto ostile verso tutte le confessioni religiose diverse da quella musulmana.


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Re: Caos Siria, Obama rompe gli indugi

Messaggioda franz il 26/08/2013, 18:24

Non mi pare che il Libia dopo la cacciata di gheddafi da parte di uno schieramento locale composito, con anche l'intervento militare occideantale in appoggio, ci siano state ripercussioni negative per la comunità cristiana.
Comunque è un rischi dei tanti.
Il maggiore è l'escalation di russi e cinesi.

Tuttavia leggo che
Le ipotesi di intervento militare fanno alzare il muro russo in difesa dell'alleato siriano: "Ci sarebbero conseguenze gravissime", ha avvertito il ministro degli Esteri Sergei Lavrov. L'Occidente accusa la Siria senza avere le prove sull'uso di armi chimiche" ha detto il ministro. Poi ha specificato che "il segretario di stato americano, Kerry, in una conversazione telefonica ha promesso di riesaminare gli argomenti contro l'azione militare e di ricontattarlo di nuovo". E ha aggiunto: un intervento militare senza l'approvazione del Consiglio di sicurezza dell'Onu rappresenterebbe "una grave violazione del diritto internazionale". Poi ha concluso: Mosca non andrà in guerra con nessuno in caso di intervento militare.

Quindi molto fumo, tanti proclami ma niente arrosto. Mosca non interviene e la Cina è troppo lontana.
Equivale, in linguaggio diplomatico, ad un via libera.
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Re: Caos Siria, Obama rompe gli indugi

Messaggioda flaviomob il 26/08/2013, 19:08

Siria: oltre 15 mila curdi fuggono in Iraq. Mons.Warda, ''aiutateci''
26 Agosto 2013 - 16:39

(ASCA) - Citta' del Vaticano, 26 ago - Oltre 15 mila profughi di etnia curda hanno attraversato nei giorni scorsi la frontiera con l'Iraq per cercare rifugio nel Kurdistan iracheno. L'esodo e' il piu' grande nella storia recente del popolo curdo. Mons. Bashar Warda, arcivescovo di Erbil, una della citta' che sta ospitando il maggior numero di rifugiati, racconta all'agenzia AsiaNews che ''queste persone hanno lasciato le loro abitazioni e i loro averi in Siria. Hanno bisogno di tutto: cibo, acqua, medicinali e un riparo sotto cui dormire''. Il prelato spiega che la maggior parte sono donne, anziani e bambini. Gli uomini e i figli piu' grandi sono rimasti in Siria a combattere contro le milizie islamiste che in questi mesi hanno tentato di conquistare la regione. ''Da quando e' iniziato l'esodo - continua mons. Warda - la diocesi di Erbil ha dato il via a una campagna di aiuti, raccogliendo beni di prima necessita' e creando luoghi in cui accogliere i rifugiati''. Per gestire la situazione, la diocesi ha creato un apposito comitato, il Mercy Charitable Committee, con sede ad Ankawa (Erbil) che si occupera' di inviare ogni giorno viveri e beni ai campi allestiti dal governo. Dall'inizio del conflitto siriano l'Iraq, e in particolare la regione del Kurdistan, ha ospitato oltre 300mila profughi. Mons. Warda lancia un appello per sostenere la popolazione rifugiata: ''Abbiamo bisogno di aiuti. Apprezziamo tutti coloro che desiderano aiutarci a sfamare e curare queste famiglie bisognose''. dab/mau/ss

http://www.asca.it/news-Siria__oltre_15 ... 07664.html


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Re: Caos Siria, Obama rompe gli indugi

Messaggioda franz il 28/08/2013, 8:19

Israele teme di più Al Qaeda “Meglio che Assad non cada”

I consiglieri di Netanyahu: il raiss va contenuto ma non rovesciato
maurizio molinari
corrispondente da NEW YORK

«Serve un attacco militare mirato per impedire a Bashar Assad di vincere, non per rovesciarlo»: è questo il messaggio che Yaakov Amidror, consigliere per la sicurezza del premier israeliano Benjamin Netanyahu, ha portato alla Casa Bianca durante una riunione con la parigrado americana Susan Rice a cui hanno partecipato responsabili militari e d’intelligence dei due Paesi.

I concetti esposti da Amidror durante la riunione-fiume avvenuta martedì sera nella West Wing nascono dalla convinzione del governo di Gerusalemme che «al momento non ci sono soluzioni positive per la crisi siriana».

Anche per via del fatto che, come spiega Efraim Inbar direttore del centro Begin-Sadat, secondo una valutazione dell’intelligence israeliana, vi sarebbero in Siria almeno 10mila combattenti «jihadisti globali» ovvero riconducibili ad Al Qaeda e ai Fratelli Musulmani. E potrebbero essere loro a prevalere se il regime di Assad dovesse dissolversi. È stato l’ex capo del Mossad, Efraim Ha-Levy, ad affermare in un’intervista televisiva che «Assad non deve cadere», esprimendo i pareri prevalenti nell’establishment della sicurezza israeliana, ma l’attacco condotto con i gas chimici nelle periferie orientali di Damasco ha obbligato a rimodellare tale posizione, in ragione della crescente determinazione della Casa Bianca ad intervenire.

Ecco perché Shlomo Brom, ex capo della pianificazione dell’Esercito israeliano a Washington per una serie di conferenze, spiega che adesso «l’interesse di Israele è che Bashar Assad non esca vittorioso dalla guerra civile» perché «ha legittimato l’uso delle armi chimiche in Medio Oriente creando un pericoloso precedente» e «la sua vittoria diventerebbe un successo strategico dell’Iran e degli Hezbollah che lo sostengono».

Sono tali valutazioni che spiegano perché Gerusalemme è in favore di un’azione militare limitata, finalizzata a «punizione e deterrenza» di Assad evitando però di indebolire il regime del Baath fino a farlo cadere. Si tratterebbe dunque più di un attacco simile a quello avvenuto nell’agosto del 1998, quando Bill Clinton ordinò di colpire Afghanistan e Sudan dopo gli attacchi di Al Qaeda contro le ambasciate Usa in Africa Orientale, anziché di una campagna come quella del 1999 contro Milosevic per il Kosovo. Da qui le indiscrezioni che circolano a Washington sul fatto che esperti militari israeliani e americani abbiano discusso una lista selezionata di obiettivi da colpire tesa ad eliminare le armi più pericolose di cui dispone Assad: anzitutto quelle chimiche ma anche missili Scud, aerei e sistemi antimissilistici. Si tratta di armamenti forniti quasi esclusivamente dalla Russia, a partire dalla metà degli Anni Settanta e periodicamente ammodernati, che consentono ad Assad di colpire la popolazione civile e proteggersi dall’aria. Ma sono anche le armi più pericolose che potrebbero cadere nelle mani dei ribelli jihadisti in caso di dissoluzione del regime.

Le valutazioni israeliane sulla Siria nascono dalla convinzione che in questo momento la strategia da perseguire sia la «stabilità dell’instabilità» ovvero la continuazione del conflitto armato fra Assad, sostenuto da Hezbollah e Iran, e i «jihadisti globali»: si tratta dei più acerrimi nemici che Gerusalemme e Washington hanno nel mondo sciita e sunnita, e il loro reciproco dissanguamento di risorse umane e materiali viene considerato un elemento di stabilità regionale. Si tratta infatti di una riedizione, seppur in scala ridotta, del conflitto fra l’Iraq di Saddam Hussein e l’Iran dell’ayatollah Khomeini che fra il 1980 ed il 1988 paralizzò e indebolì quelli che erano all’epoca i più temibili avversari regionali di Usa ed Israele.

Ad avvalorare l’interesse di Gerusalemme per una Siria «stabilizzata dall’instabilità» c’è il rapporto della Cia pubblicato ieri dal quotidiano «Yedioth Aharot» sull’«incubo siriano di Israele» secondo il quale «la leadership dei ribelli è massicciamente infiltrata dai Fratelli Musulmani e dai jihadisti globali portatori di un’agenda estremista» aprendo lo scenario di un dopo-Assad «destinato ad assomigliare in peggio alle attuali situazioni di Egitto e Iraq, dove non si sa chi sia al comando». L’incubo per Israele è dunque quello di trovarsi circondata da gruppi estremisti: Hezbollah in Libano, Fratelli Musulmani e Al Qaeda in Siria, Fratelli Musulmani nella Striscia di Gaza e Fratelli Musulmani in Egitto.

Per scongiurare tale assedio Netanyahu sta già adattando la tattica militare - come i quattro raid in Siria e l’attacco dei droni in Egitto condotti nell’arco degli ultimi 12 mesi hanno dimostrato - d’intesa con i Paesi Arabi sunniti con cui più condivide l’interesse a contrastare in ogni maniera tanto l’Iran sciita che i Fratelli Musulmani: l’Arabia Saudita, che ha la maggiore capacità di intervento diretto in Siria, e la Giordania, considerata la nazione più a rischio di essere investita dal domino jihadista.

http://www.lastampa.it/2013/08/28/ester ... agina.html

PS: leggere anche http://www.israele.net/scelte-difficili ... io-oriente
dove si ricorda che nel 2007 israele (anche se non lo ammette) distrusse con un'operazione segreta della sua aviazione una centrale nucleare siriana in costruzione (frutto di collaborazione nord-coreana) cosa tra l'altro recentemente confermata da AIEA.
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Re: Caos Siria, Obama rompe gli indugi

Messaggioda flaviomob il 28/08/2013, 10:09

«l’interesse di Israele è che Bashar Assad non esca vittorioso dalla guerra civile» perché «ha legittimato l’uso delle armi chimiche in Medio Oriente creando un pericoloso precedente»


Il precedente esiste già: le bombe al fosforo usate da Israele.

http://it.wikipedia.org/wiki/Convenzion ... venzionali

http://it.wikipedia.org/wiki/Fosforo_bianco


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