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Gaza, attacco alla stampa

Discussioni su quanto avviene su questo piccolo-grande pianeta. Temi della guerra e della pace, dell'ambiente e dell'economia globale.

Re: Gaza, attacco alla stampa

Messaggioda Robyn il 18/05/2021, 15:39

Altra fake news è che il conflitto israelo-palestinese non abbia basi religiose è che per la mancanza di fonti d'acqua Israele si voglia spingere fino al Mar Morto passando per la Palestina per irrigare i campi e per bere,ma perché a Israele non basta il Mar Mediterraneo per mettere dei desalinizzatori in grado di rendere potabile l'acqua?
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Re: Gaza, attacco alla stampa

Messaggioda franz il 18/05/2021, 16:01

Robyn ha scritto:Altra fake news è che il conflitto israelo-palestinese non abbia basi religiose è che per la mancanza di fonti d'acqua Israele si voglia spingere fino al Mar Morto passando per la Palestina per irrigare i campi e per bere,ma perché a Israele non basta il Mar Mediterraneo per mettere dei desalinizzatori in grado di rendere potabile l'acqua?


leggo che "A oggi il 35% circa del fabbisogno di acqua potabile arriva dalla dissalazione ma le prospettive sono quelle di arrivare ad una percentuale del 70% entro l’anno 2050."
Comunque desalinizzare in una zona che al 70% è arida, non è facile. Costa energia.
https://www.dire.it/17-03-2021/612710-c ... hi-dacqua/
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Re: Gaza, attacco alla stampa

Messaggioda franz il 18/05/2021, 18:00

https://www.huffingtonpost.it/2017/09/2 ... _23217982/

"Due popoli, due Stati è ormai impraticabile, serve uno Stato binazionale". Intervista ad Abraham Yehoshua
Lo scrittore israeliano vede un "orizzonte cambiato" nel rapporto fra Israele e Palestina. "Ora è importante la prosa più che la poesia"
By Umberto De Giovannangeli

TEL AVIV - La sua passione civile e lucidità intellettuale resistono al trascorrere del tempo, così come la capacità politica e culturale di spiazzare gli interlocutori, con considerazioni che rappresentano un "sasso" di sagacia e immaginazione lanciato nell'acqua stagnante del dibattito in Israele e in Palestina. Un pragmatico sognatore: questo è Abraham Yehoshua, tra i più affermati e conosciuti a livello internazionale scrittori israeliani.

Prima di rientrare in Italia dalla loro missione in Israele e in Cisgiordania, Roberto Speranza e Arturo Scotto lo hanno incontrato nella residenza dell'ambasciatore italiano nello Stato ebraico, Gianluigi Benedetti. Per anni Yehoshua è stato un tenace sostenitore di una pace fondata sulla separazione: due popoli, due Stati. Ma ora l'orizzonte è cambiato, ragiona lo scrittore israeliano, è l'idea dei due Stati rischia di diventare una sorta di mantra ripetuto stancamente pur di non fare i conti con la realtà: e la realtà, annota Yehoshua, impone di abbracciare un'altra causa, di tentare un'altra strada: quella di uno Stato parzialmente binazionale, che riguardi, almeno in prima battuta, i palestinesi della West Bank e di Gerusalemme Est: "Da democratico – sottolinea con foga Yehoshua – non possono rinunciare al principio che tutti i cittadini devono essere eguali di fronte alla Legge, senza distinzione per appartenenza etnica o religiosa. Come progressista, guardo con preoccupazione al peggioramento delle condizioni di vita dei palestinesi e credo che in questo momento è importante la prosa più che la poesia, e ciò significa che riconoscere agli abitanti della Cisgiordania diritti sociali di primaria importanza, quali sono, ad esempio, il diritto alla sanità e alla pensione, sia un tratto fondamentale, perché tangibile, di ciò che può volere dire uno Stato binazionale. Prendere atto della realtà non vuole dire subirla, ma neanche cancellarla in nome di una idea, quella dei due Stati, divenuta ormai impraticabile".

Mette definitivamente nel cassetto l'idea di una pace fondata sul principio "due popoli, due Stati"? Insomma, Abraham Yehoshua corregge se stesso?

"Non sono tipo da parlare in terza persona, non mi ritengo così importante, però stiamo al gioco: Abraham Yehoshua, dopo cinquant'anni nei quali ha sostenuto e battagliato per questa prospettiva, ha preso atto che il tempo e gli uomini l'hanno resa impraticabile. E non mi riferisco solo alla destra israeliana, ma anche alla dirigenza palestinese. Prenderne atto non significa, però, accettare lo status quo e dimenticare la condizione di oppressione nella quale vivono i palestinesi. D'altro canto il fatto che tutti, da Netanyahu ad Abu Mazen, continuano a far riferimento a "due Stati", significa che c'è qualcosa che non va, che non funziona. Significa che 'due popoli, due Stati' è diventato un mantra che viene ripetuto per mettersi a posto la coscienza, specie in Europa, e chiudere gli occhi di fronte ad una realtà che questa prospettiva nega. Oggi il gap per quanto riguarda le condizioni di vita tra Israeliani e Palestinesi è cresciuto enormemente, la forbice si è allargata. Personalmente non me la sento di considerare questo, il peggioramento delle condizioni di vita dei Palestinesi, come un fatto secondario, irrilevante rispetto ai grandi disegni politici. Sarò diventato un vecchio pragmatico, ma non un cinico che se ne frega di come vivano centinaia di migliaia di palestinesi a poche decine di chilometri dalla mia città (Haifa, ndr). Da democratico, penso che ogni cittadino debba essere uguale di fronte alla Legge e godere degli stessi diritti sociali e civili. E questo può avvenire solo in uno Stato binazionale"

Vorrei tornare all'idea dei due Stati. In precedenza, Lei ha affermato che a renderla impraticabile non è stata solo la politica dei governi, come quello attuale, della destra. E' un j'accuse alla dirigenza palestinese, passata e presente?

"È così. Diciamo che le leadership palestinesi non hanno perso occasione per perdere "l'Occasione". Nell'estate 2005, Israele (allora il primo ministro era Ariel Sharon, ndr) decise il ritiro da Gaza e lo smantellamento degli insediamenti nella Striscia: la risposta palestinese non fu l'accelerazione di un negoziato, ma i razzi sparati da Gaza contro le città frontaliere israeliane. Nel 2006-2007 l'allora primo ministro Ehud Olmert avanzò una proposta che andava nella direzione dei due Stati che Abu Mazen rigettò. E si potrebbe andare ancora indietro nel tempo, quando altri erano i protagonisti: penso, ad esempio ai negoziati di Camp David di luglio 2000 tra Barak e Arafat, con Clinton come facilitatore: anche lì la proposta avanzata dal primo ministro laburista andava in quella direzione, ma Arafat non ebbe la saggezza dimostrata da David Ben Gurion: prendi meno di quanto speravi, ma consideralo un inizio, un qualcosa di tuo, nel quale edificare uno Stato... Non mi voglio ergere a giudice, non sto qui a distribuire sentenze, ciò che voglio sostenere è che in questi cinquant'anni di rinvii e di rifiuti la realtà si è modificata e oggi l'unica alternativa allo status quo è lo Stato binazionale".

C'è chi sostiene che quello dello Stato binazionale sarebbe un salto nel vuoto e che gli ebrei israeliani non accetterebbero mai di essere minoranza in uno Stato binazionale.

"La memoria è labile, soprattutto quando fa comodo per scansare i problemi. Nel '47, Ben Gurion diede subito la cittadinanza agli arabi. Io credo che si possa guardare ad altre esperienze per modulare le forme di uno Stato binazionale: potrebbe essere una confederazione di cantoni, potrebbe essere una Repubblica presidenziale nella quale esistano due Camere: una che rappresentasse le istanze e le esigenze di ciascuna comunità nazionale e altra come rappresentanza di tutti i cittadini...

E i coloni?

"In questo scenario, il problema fondamentale non sono i coloni. Il problema fondamentale è la democrazia. È sancire che ogni cittadino è eguale di fronte alla Legge, che gode degli stessi diritti sociali, civili, politici. Il problema è quello di realizzare una cittadinanza piena. L'alternativa è istituzionalizzare uno stato di apartheid. È questo che si vuole? Mi creda, l'ebraismo è molto forte, anche troppo. Troverebbe comunque i modi per far valere le proprie ragioni in uno Stato binazionale. Ciò che ritengo inaccettabile, e questo sì anti-democratico, che i diritti di cittadinanza siano modulati e gerarchizzati a secondo dell'appartenenza etnica e religiosa. Il nostro sguardo deve alzarsi e abbracciare il mondo, guardano a ciò che è stato realizzato in altri Paesi che pure hanno al proprio interno comunità etniche diverse. Un esempio, è l'America. Negli Stati Uniti non vige una democrazia etnica? Il sistema a cui tendere non si definisce su basi demografiche, ma può reggersi su un sistema di Cantoni con una loro autonomia codificata. Ragioniamoci insieme, io dico. E guardiamo in faccia la realtà: la scusa dei due Stati ci sta portando verso l'apartheid".

Lei ha sottolineato l'importanza di riflettere sul concetto di "confine" che chiama in causa il rapporto tra due pilastri dell'identità nazionale su cui si fonda lo Stato d'Israele: la democrazia e l'essere il focolaio nazionale del popolo ebraico?

"Sinceramente, non credo che ragionare su uno Stato binazionale voglia significare cancellare la storia d'Israele. Perché già da tempo Israele è uno Stato binazionale: il 20% della popolazione attuale d'Israele (1,1 milioni di persone, ndr) è araba e, viste le tendenze demografiche, è un numero destinato nei prossimi decenni ad aumentare sensibilmente. No, non credo davvero che uno Stato binazionale esteso ai palestinesi di Gerusalemme Est e della West Bank attenti all'identità ebraica. Il punto è un altro, e evidenziarlo fa male, ne sono consapevole, soprattutto a quel mondo della sinistra a me più vicino, e non solo Israele...".

E quale sarebbe questa amara verità?

"Oggi vi sono centinaia di migliaia di palestinesi alle porte delle nostre città che non hanno alcun diritto. E che subiscono una occupazione sempre più invasiva. E ci sono cittadini israeliani, i coloni, che praticano la sopraffazione in quanto cittadini israeliani che, come tali, sono protetti dall'esercito. La sinistra può continuare a recitare il mantra 'tutto si risolve con la nascita di uno Stato palestinese', intanto, però, il numero dei coloni cresce di anno in anno e sfido chiunque a sloggiarli. Oggi non c'è alcuna autorità, nessun leader politico che potrebbe portarli via dalle terre che hanno occupato, ma il termine più giusto è: rubato. Allargare i diritti di cittadinanza ai palestinesi è il modo più concreto, a mio avviso, per contrastare questa deriva. I diritti di cittadinanza rappresentano una risposta concreta all'occupazione. Mi lasci aggiungere che queste considerazioni cominciano a farsi largo anche nella parte più accorta e pragmatica della destra israeliana...".

Anche Netanyahu?

"Non esageriamo...Ma qualcuno di importante c'è: mi riferisco all'attuale Capo dello Stato, Reuven Rivlin. Lui è certamente un uomo di destra, ma di una destra liberale che non nulla a che vedere con quella ultra nazionalista dei Lieberman, dei Bennett... Rivlin non ha imbarazzo a parlare di diritti di cittadinanza per tutti i palestinesi. È poco? Sinceramente, non lo credo...".

In una precedente intervista concessa all'HuffPost, Lei sostenne che "l'occupazione dei Territori sta deteriorando moralmente Israele".

"Sono sempre di questo avviso. Considero l'occupazione una vergogna, l'ho detto e scritto migliaia di volte, ho firmato non so più quanti appelli. Ma dopo aver detto e scritto tutto questo mi chiedo: cosa fare per contrastarla, tenendo conto della realtà e non di principi, lodevoli quanto impraticabili: la mia risposta è agire perché i palestinesi della West Bank abbiano gli stessi diritti dei coloni israeliani, che siano uguali di fronte alla Legge e non, come è ancor oggi, discriminati".

Cosa può fare l'Europa e, in essa l'Italia, in questa situazione?

"Può fare, deve fare molto. Penso, in particolare, all'Italia che ha buoni relazioni sia con Israele che con i Palestinesi e che ha interesse a un Mediterraneo stabilizzato, e la creazione di uno Stato binazionale potrebbe contribuire a consolidare un tale processo. L'Italia può aiutarci e molto. Anche su Gerusalemme. Lo status dei Luoghi santi della città, non è un problema che riguarda solo ebrei e musulmani, ma investe anche i cristiani. E l'Italia è vista, per la presenza della Chiesa di Roma, come rappresentativa del cattolicesimo. Una ragione in più per far sentire la propria voce, per essere più protagonista da queste parti. È nel vostro, e nel nostro, interesse".
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Re: Gaza, attacco alla stampa

Messaggioda Robyn il 18/05/2021, 19:33

In sintesi la Repubblica federale Israele-Palestina con capitale Gerusalemme con relativo parlamento e dove esiste una sola cittadinanza fra israeliani e palestinesi.Le parti meno estreme israeliane e palestinesi avvertono il bisogno di scambi culturali,di collaborare.I confini in questo caso sarebbero senza dogane attraversabili liberamente segnerebbero solo il confine geografico fra Israele e Palestina del 1967 e li continueremmo a vedere sulla cartina geografica come vediamo quelli degli Usa la California il Texas il Colorado l'Alaska etc sarebbe possibile la costruzione di un'autostrada che collega Gaza a Tel Aviv alla Palestina e a Gerusalemme.Israele Palestina e la striscia di Gaza continuerebbero ad esistere come entità regionali decentrate.La città di Gerusalemme proprio per evitare di essere tagliata in due dal confine fra Israele e Palestina sarebbe una città a parte un'entità regionale limitata alla città e ai luoghi sacri con propria amministrazione
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Re: Gaza, attacco alla stampa

Messaggioda Robyn il 18/05/2021, 22:19

Lo spostamento degli insediamenti israeliani dalla palestina è molto difficile da realizzare potrebbe provocare una guerra civile.La realizzazione del federalismo fra Israele e Palestina non si può realizzare neanche sul modello elvetico perché i cantoni sono omogenei quello tedesco di Zurigo quello italiano di Lugano e quello francese di Ginevra e si studiano tre lingue l'italiano il francese e il tedesco tutte e tre lingue ufficiali,mentre nel caso della Palestina non esiste omogeneità i villaggi israeliani si alternano con quelli palestinesi e neanche si può realizzare un federalismo su base etnica religiosa,anche perche la futura federazione israelo-palestinese deve prevedere il principio di laicita alle autorità civili le libertà civili alle fedi la cura delle anime questo per evitare rivalità su base religiosa.All'interno della Palestina della striscia di Gaza e di Israele è possibile realizzare un forte decentramento comunale oppure di città metropolitane che uniscono più villaggi naturalmente poi i villaggi possono essere palestinesi israeliani e misti perché Gerusalemme è mista,città metropolitane con propri usi costumi e tradizioni.La capitale è naturalmente Gerusalemme che è un'entità regionale a parte limitata alla città e ai luoghi sacri,città regionale al pari di Israele Palestina striscia di Gaza.Le lingue che si studiano due l'israeliano e il palestinese tutte e due lingue ufficiali
Ultima modifica di Robyn il 18/05/2021, 22:56, modificato 1 volta in totale.
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Re: Gaza, attacco alla stampa

Messaggioda pianogrande il 18/05/2021, 22:54

Uno stato unico con tutti i cittadini a pari diritti?

Qualche riflessione.

Certamente eviterebbe una ulteriore tragedia fatta di emigrazioni e violenti sgomberi incrociati; inevitabile nel caso dei due stati.
Chi può pensare a due stati dove le popolazioni restino mescolate come succede adesso con gli "arabi-israeliani"?
E allora la prospettiva degli esodi incrociati come successe nella separazione India Pakistan sarebbe inevitabile e quindi il bilancio dell'operazione sarebbe comunque una carneficina.

Ostaggio di queste decisioni rimangono pur sempre i palestinesi (che possiamo anche definire "arabi").

Nel caso di uno stato misto (in cui la popolazione rimanga dove sta) il problema sarebbe una parità di diritti reale e questo cozzerebbe violentemente contro la mentalità ebraica (e tenendo sempre in conto che la forza degli ebrei rispetto a quella degli arabi è immensamente superiore).

Non fare niente significherebbe, comunque, continuare la violenza della occupazione di terre e cacciata degli arabi dalle loro terre e dalle loro case e senza sapere quando questa azione dovrebbe fermarsi.
Mi ripeto ma non trovo niente di meglio che l'espressione "soluzione finale".
Insomma significherebbe continuare ad assistere a tutto quello che sta succedendo limitandosi a trovare ogni volta le parole (da impotenti a ipocrite) per giustificarlo.

Certo che il colonialismo, a partire da quello inglese e arrivando a quello ebraico, ci ha lasciato una bella "coda".

Qui ci vorrebbero davvero delle schiere di "uomini di buona volontà".
La realtà è, però, piuttosto diversa.

Come disse il principe Feisal a Lorenz d'Arabia in una celebre scena del film, ci vorrebbe un miracolo.

Ma non fa male riflettere.
Ultima modifica di pianogrande il 18/05/2021, 23:05, modificato 2 volte in totale.
Fotti il sistema. Studia.
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Re: Gaza, attacco alla stampa

Messaggioda Robyn il 18/05/2021, 23:03

La Repubblica federativa Israele Palestina comporta una difesa comune e una politica estera comune fra Israele e Palestina.In questo è la comunità internazionale che può aiutarci così come ridisegnò l'Europa con Yalta
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Re: Gaza, attacco alla stampa

Messaggioda flaviomob il 19/05/2021, 1:11

https://ilmanifesto.it/il-diritto-di-di ... lestinese/

Il diritto di difendere il popolo palestinese
Questione israelo-palestinese. Vogliono zittire le voci severamente critiche delle scellerate politiche di Netanyahu, fra queste quelle di democratici Usa come la deputata Ocasio Cortes e Bernie Sanders


La prima istanza che mi pare importante sollecitare parlando della questione israelo-palestinese è quella di chiedere ad alta voce all’informazione mainstream di accogliere tutte le opinioni sul tema anche quelle considerate «estremiste» e opposte al pensiero dominante e, nel caso che qualcuno ravvisi reati di opinione lo si inviti a rivolgersi ai tribunali invece di imporre censure preventive, opzioni discriminatorie o auto censure.

Personalmente solo per avere esercitato il diritto costituzionale ad esprimere le mie opinioni a titolo personale sono diventato obiettivo di calunnie feroci e di minacce.

Ogni volta che mi sono rivolto ai principali ambiti dell’informazione televisiva per parlare della questione ho trovato un muro di gomma. Detto questo non mi lamento per la mia persona, ma per il vergognoso silenzio sulla immane tragedia del popolo palestinese. Molte sono le domande inevase nel mondo occidentale o che trovano solo risposte retoriche, ipocrite o elusive. Il sociologo Adel Jabar, già professore di sociologia dell’emigrazione alla Ca’ Foscari, ne ha poste alcune che ritengo non opponibili.

1) Fino quando deve durare la colonizzazione e l’occupazione della terra di Palestina?

2) Perché Israele non vuole la soluzione dei due stati?

3) Perché Israele non vuole la soluzione di uno stato unico binazionale?

4) Qual è l’alternativa che si dà ai palestinesi?

5) Perché per il dissidente russo Navalny si fanno boicottaggi, sanzioni economiche e campagne mediatiche ma per le sistematiche violazioni israeliane della legalità internazionale non si fa nulla?

6) L’orientamento di Hamas può anche essere condannato ma ciò è sufficiente per negare ai palestinesi il diritto alla propria terra?

A queste domande del professor Jabar vorrei aggiungerne una mia: come mai all’annuncio dato dalla Santa Sede di voler riconoscere lo Stato di Palestina il governo israeliano ha protestato? Sulla base di quale legittimità se non quella della prepotenza dell’occupante?

I fatti sono chiari. Il governo israeliano di Netanyahu non vuole nessuno Stato palestinese, in nessuna forma se non forse quella di un simulacro di autorità priva di qualsiasi sovranità su piccoli bantustan, aggregati magari alla Giordania. Le intenzioni del premier israeliano si sono bene espresse nell’avere promosso il varo della legge dello Stato-Nazione, una legge segregazionista che esclude i palestinesi israeliani dalla piena cittadinanza la quale è riservata solo agli ebrei.

Dunque i non ebrei diventano cittadini di serie b, per non parlare poi dei palestinesi dei Territori occupati che diventano paria su cui esercitare ogni tipo di arbitrio. Se qualcuno avesse dubbi al riguardo si informi sulla gestione da parte dell’autorità israeliana della pandemia da COVID 19 nei confronti dei palestinesi dei territori di cui l’occupante è responsabile per definizione secondo le più elementari convenzioni del diritto internazionale: più del 60% degli israeliani risulta vaccinato, solo il 3% i palestinesi dei Territori – senza dimenticare che in questi giorni arrivano pure a distruggere con i bombardamenti le strutture sanitarie palestinesi vitali in pandemia.

Oggi nell’infuriare dei venti di guerra prevalgono le interpretazioni più schematiche ed emotive. Questa non è una guerra anche se ne ha certe apparenze. Ma la sproporzione fra le forze è talmente soverchia che alla fine Gaza ne uscirà ulteriormente devastata ammesso che si possa parlare di più devastazione in una terra già così martoriata, gli israeliani se la caveranno con danni limitati, le vittime palestinesi si conteranno a centinaia, quelle israeliane a unità. Sia chiaro: l’uccisione di ogni essere umano è una grande tragedia ma oramai da decenni il numero delle vittime palestinesi è smisurato. I sostenitori acritici delle ragioni di Israele sempre e comunque non vedono neppure le sofferenze dei palestinesi e se qualcuno gliele indica ne attribuiscono le responsabilità a loro stessi. In questa circostanza sostengono che l’attacco dei missili di Hamas era preparato da tempo e reiterano come un mantra l’articolo dello statuto di Hamas che parla della distruzione di Israele.

Con questo vogliono chiudere la bocca alle voci severamente critiche delle scellerate politiche di Netanyahu, voci fra le quali si annoverano in questi giorni quelle di esponenti del Partito democratico degli Stati Uniti per fare qualche nome, la deputata Ocasio Cortes e Bernie Sanders, il quale per la cronaca è ebreo. Queste personalità oneste e coraggiose dovrebbero essere in particolare uno stimolo per i politici dell’Unione europea per rompere la cortina di ipocrisia e di pavida retorica che li porta ad appiattirsi sulla propaganda menzognera dell’establishment israeliano che pretende uno statuto di impunità nei confronti di una politica fondata sull’illegalità brutale di un’oppressione che non può avere alcuna giustificazione.


"Dovremmo aver paura del capitalismo, non delle macchine".
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Re: Gaza, attacco alla stampa

Messaggioda cardif il 19/05/2021, 2:32

L'Onu voleva adottare la soluzione dei due Stati indipendenti. Con la risoluzione 181 del 1947 L'ONU assegnò agli ebrei il 55% del territorio, anche se le terre di loro proprietà erano solo il 7% e la popolazione un terzo. Oltre alla qualità delle terre migliori assegnate agli ebrei.
E grazie al callo che gli ebrei accettarono e i palestinesi no. L'errore evidente fatto a monte è rimasto.
Anche trascurando tutte le ingiustizie di prima ai danni dei palestinesi sulle idee dei sionisti Eder, Ben Gurion & C:
'Dobbiamo usare il terrore, l'assassinio, l'intimidazione, la confisca delle loro terre per ripulire la Galilea dalla popolazione araba'
https://www.youtube.com/watch?v=vdNKohTbuWw
come si fa a non capire che quella risoluzione può essere considerata l'origine di tutto? E non è Hamas, ultimo sfogo del popolo palestinese che gli ha dato 74 seggi su 132 nelle ultime elezioni del 2006, dopo 59 anni di reazione alla oppressione? Anche il fatto che non si sono fatte altre elezioni è una conseguenza della situazione.
Se gli ebrei l'avessero comprata quella parte di Palestina, non sarebbero in questa situazione. L'ho già scritto.
Poi gli israeliani hanno continuato a occupare altri territori, a fare altri insediamenti, condannati pure da Obama, e a vessare il popolo palestinese.

'Oggi vi sono centinaia di migliaia di palestinesi alle porte delle nostre città che non hanno alcun diritto. E che subiscono una occupazione sempre più invasiva. E ci sono cittadini israeliani, i coloni, che praticano la sopraffazione in quanto cittadini israeliani che, come tali, sono protetti dall'esercito....
Considero l'occupazione una vergogna, l'ho detto e scritto migliaia di volte, ho firmato non so più quanti appelli.


E Ben Gurion, bontà sua, diede la cittadinanza ai palestinesi sulle terre che gli israeliani avevano 'rubato'.

'Allargare i diritti di cittadinanza ai palestinesi è il modo più concreto, a mio avviso, per contrastare questa deriva. I diritti di cittadinanza rappresentano una risposta concreta all'occupazione....

Eh no! Obiettiva la costatazione della realtà, ma la soluzione è sbagliata.
'Gli stessi diritti, essere uguali' sembra che debba essere una concessione che a spetta ai palestinesi, ma come concessione da parte di Israele. Non va bene così. Non è sufficiente. Non parte da un concetto almeno di parità.
Pure negli USA è stato concesso il voto ai neri ma il razzismo è rimasto.

Allo stato attuale non è più possibile la soluzione dei due Stati indipendenti: sul territorio c'è troppa integrazione, anche se disuguale o armata.
Impossibile pensare che si possano mettere israeliani di qua e palestinesi di là, con un muro di confine in mezzo.

Vari Papi hanno chiesto scusa per le 'cose abominevolissime' compiute dalla Chiesa, a cominciare da Adriano VI nel 1523 sull'Inquisizione; e poi altri sull'anti-giudaismo, sul sostegno al colonialismo, sulle discriminazioni etniche e sessuali, sulla pederastia diffusa.
Da Ipazia al genocidio di Srebrenica: questi li aggiungo io.
Richieste di scuse e di perdono per colpe e peccati contro singoli e popoli. Bene.
Quasi tutti i danneggiati, i loro parenti e discendenti non ci sono più (tranne gli ultimi). Quindi solo come posizione ideologica con poche conseguenze.
Chi ha accettato le scuse, oggi, per le vittime dell'inquisizione: quasi 17.000 documentate? Chi condanna Torquemada?
Sì, vabbè, la Storia: campa cavallo...

La maggioranza sia israeliana che palestinese vuole vivere in pace. Le frange estreme possono essere confinate, come in Italia gli estremisti 50 anni fa, che sono solo il ricordo di qualcuno e che i giovani e non tanto giovani di oggi non conoscono.

Chiedere scusa, ammettere l'oppressione e le prevaricazioni, indennizzare e riconoscere che l'azione negativa è stata fatta da loro, e che quella dei palestinesi è stata una comprensibile reazione. Senza l'ipocrisia di giustificarsi con la scusa di doversi difendere, smentita dal numero dei morti. Hanno cominciato da 120 anni ad occupare.
Naturalmente preceduta da una campagna di informazione e sensibilizzazione.
Questo dovrebbe fare Israele: questa è la soluzione di giustizia per eradicare risentimenti e desideri sia di liberazione che di vendetta da parte dei palestinesi.
Poi sì: pari diritti per principio, non come concessione. E la convivenza pacifica potrà essere ottenuta.
Ma ce la potrà fare Israele? No: Israele ha la forza delle armi. Quindi inutile sperare. Forse arriveranno alla soluzione finale sulle idee di Ben Gurion.

Di tutta quella storia, a cominciare dalla fine dell'800 ad oggi, dire che tutto si riduce ad Hamas che è terrorista è, come al solito, guardare un pelo.
Se poi i 'compagnucci della parrocchietta comunista', considerazione faziosa e deprimente oltre che non coerente, stanno dalla parte della giustizia e del rispetto del diritto invece che della sopraffazione, secondo me fanno bene.
Buona notte agli ospiti
Ma mo' mi so' capito bene?
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Re: Gaza, attacco alla stampa

Messaggioda Robyn il 19/05/2021, 11:32

flaviomob bisogna dare spazio soprattutto alla voci critiche provenienti da Israele e Palestina perché la problematica Israele-Palestina riguarda principalmente loro che sono cittadini di Israele e Palestina non solo alle voci critiche in occidente.Sulla soluzione dei due stati ripetuta come un mantra il problema è che l'opinione pubblica occidentale non conosce poi così a fondo i problemi che affliggono Israele e Palestina.Ad ex molti intellettuali all'interno di Israele affermano che quella di Nethanyau non è legittima difesa dal momento che l'azione militare è sproporzionata all'aggressione di Hamas ma che Nethanyau sta solo cercando di resistere al suo declino esasperando gli animi
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