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la ritirata

Discussioni su quanto avviene su questo piccolo-grande pianeta. Temi della guerra e della pace, dell'ambiente e dell'economia globale.

la ritirata

Messaggioda trilogy il 12/07/2021, 12:24

Ci sarebbe da interrogarsi e capire perchè dopo vent'anni di occupazione, morti, feriti, enormi quantità di soldi spesi la guerra in Afghanistan si è rilevata un sostanziale fallimento militare, politico e socio-culturale.

A Peshawar festeggiamenti per la “vittoria” dei talebani in Afghanistan

Pakistan, in molti alla manifestazione di appoggio al gruppo jihadista

Mentre nell'Afghanistan guadagnano terreno rapidamente con la partenza delle truppe straniere, i talebani vengono appoggiati e festeggiati con una manifestazione popolare a Peshawar, nel vicino Pakistan, a ridosso del confine fra i due Paesi. In serata molte persone si sono radunate nella zona universitaria della città, molte con le bandiere bianche dei talebani e con slogan e canti e grida di 'Allahu Akhbar'. Un responsabile della polizia di Peshawar ha spiegato che la manifestazione non era programmata, ma si è svolta spontaneamente dopo la celebrazione di un funerale. Ma un po' in tutto il Pakistan in questi giorni si moltiplicano le manifestazioni di sostegno alla «vittoria dei talebani afghani», anche se molti temono ripercussioni negative se la situazione della sicurezza si dovesse ulteriormente deteriorare nell'instabile Paese vicino.

fonte: https://www.lastampa.it/esteri/2021/07/ ... A3-A-S3-T1


Probabilmente ha ragione, ma una riflessione sulle cause del fallimento sarebbe utile per evitare di ripetere glie stessi errori nel futuro.

..Biden ha insistito molto sul fatto che prolungare la permanenza degli Stati Uniti in Afghanistan non porterà né ad avanzamenti degli interessi americani né delle condizioni dell’Afghanistan, avvicinandosi ad ammettere che l’obiettivo della guerra proclamato negli ultimi anni, cioè quello di stabilizzare il paese e trasformarlo in una democrazia solida, sarebbe impossibile da raggiungere anche se gli Stati Uniti si impegnassero a rimanere nel paese ancora a lungo.....

fonte: https://www.ilpost.it/2021/07/09/biden- ... ghanistan/
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Re: la ritirata

Messaggioda trilogy il 12/07/2021, 16:16

Riporto sotto un articolo di Carlo Panella su Linkiesta che analizza quelli, che secondo lui, sono alcuni errori della coalizione.

A mio avviso c'è anche un altro errore ricorrente. L'idea che lo Stato nazionale, così come si è andato formando in Europa tra il XIII e XIV secolo sia un modello universale, esportabile ovunque, e se necessario da imporre con le armi. Questo errore, che continuiamo a ripetere dall'epoca del colonialismo europeo, ha prodotto aree di frizione e instabilità permanente in mezzo mondo.


[..]in Afghanistan il principale errore, condiviso da tutte le presidenze americane, è stato quello di non rescindere i rapporti intensi e oscuri tra i Talebani e i vari governi del Pakistan. Rapporti derivanti da comunanze etniche ma anche dalla dottrina dei massimi generali dell’esercito di Islamabad che considera l’Afghanistan un retroterra strategico indispensabile da mantenere amico e affidabile (appunto, tramite il rapporto con i Talebani) nella inevitabile e prossima nuova guerra contro l’India.

Dunque, i Talebani afghani hanno sempre potuto godere di un retroterra affidabile, nelle cosiddette Zone Tribali pakistane. E anche di appoggi e finanziamenti di tutti i tipi, veicolati da settori dell’Isi, il servizio segreto pakistano. La prova del nove di questi loschi rapporti è nel fatto che lo stesso Osama Bin Laden era ospitato in un compound a poche centinaia di metri dalla Accademia Militare di Abbottabad, quando fu ucciso.

Ma più interessante è il secondo errore compiuto dalla Nato in Afghanistan: non essere riuscita a rafforzare una componente islamica in grado di scalzare e insidiare la popolarità dei Talebani tra le fila del gruppo etnico maggioritario, i Pashtun (38-40 per cento della popolazione).

L’indubbio successo militare dei Talebani infatti si spiega tutto col loro profondissimo radicamento popolare a difesa, tra l’altro, del rispetto del Pashtunwali – il tradizionale e oscurantista codice famigliare e di comportamento tipico di questa etnia.

Si tratta di un deficit che l’Occidente sconta ovunque: dall’Afghanistan alla Turchia e al Sahel, non trova e non sa favorire – né implementare, se non in Marocco e in Tunisia – una componente islamica omogenea o quantomeno non conflittuale con i propri valori fondanti.

Peggio ancora, l’Occidente non ha ancora compreso che per contenere l’Islam fondamentalista e oscurantista l’appello alla propria laicità sterile se non controproducente (misera la fine della nuova Costituzione afghana a cui contribuimmo anche noi italiani) e che è indispensabile favorire componenti islamiche razionaliste.

Nello specifico, gli Stati Uniti e l’Occidente non hanno compreso che un conto è la realpolitik geopolitica che li ha portati ad allearsi con l’Arabia Saudita e il Pakistan, altro e ben differente conto è che questi alleati irradiano e sostengono un Islam wahabita e salafita, che genera jihadismo e che alla fine collide con gli stessi interessi geopolitici dell’Occidente. Un circolo vizioso.[..]

articolo completo: https://www.linkiesta.it/2021/04/ritiro ... alia-nato/
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Re: la ritirata

Messaggioda trilogy il 12/08/2021, 21:58

Afghanistan, i talebani conquistano Herat: la terza città del Paese. Gentiloni: “Anni di impegno italiano cancellati”

Kandahar, Ghazni, Herat e il carcere di Lashkar Gah. I talebani avanzano nella conquista delle città capoluogo ad una velocità che nessuno aveva davvero previsto. Sono ormai dodici le province cadute in mano talebana e i ribelli erano arrivati a 150 chilometri da Kabul, dove hanno conquistato Ghazni. Un’escalation che ha spinto i negoziatori del governo afghano in Qatar a offrire loro un accordo di condivisione del potere in cambio della fine dei combattimenti.

Diverse informazioni sulle basi conquistate sono arrivate direttamente dalle rivendicazioni via Twitter, successivamente confermate da fonti accreditate, nonchè dalla pubblicazione, nel caso di Kandahar, video dei miliziani che festeggiano nella piazza principale della città.

Una situazione preoccupante, considerato che Kandahar è la seconda città più grande dell'Afghanistan, nel sud del Paese e ha subito l'assedio dei Talebani per tutto lo scorso mese. E anche considerato che tra le zone rivendicate c’è quella di Lashkar Gah, conosciuta per la produzione di oppio piu' importante del mondo. Via Twitter, inoltre, è stata rivendicata la presa del carcere e la liberazione di tutti i detenuti.

E gli Stati Uniti hanno chiesto l'immediato rilascio dei funzionari del governo afghano che sono stati arrestati dai talebani, parlando di «arresto illegale» di «funzionari sia civili che ufficiali delle forze di sicurezza».
Kandahar ha un significato particolare per i talebani perché qui nacque il Mullah Omar. Inoltre durante i cinque anni di governo talebano, Omar guidò il Paese dalla sua 'casa-rifugio' di Kandahar dove viveva praticamente recluso e senza contatti con l'esterno. Tra i pochi che avevano il 'privilegio' di rivolgergli la parola c'era l'ex ministro degli Esteri talebano Wakil Ahmad Muttawakil, fedele portavoce del mullah. Vicino a Kandahar è nato anche il successore del Mullah Omar, il Mullah Mansour.

E arrivano nel pomeriggio anche informazioni riguardo la presa della base della polizia a Herat, dove i mujaheddin avrebbero preso possesso di decine di mezzi militari, armi e munizioni. Zabihullah Mujaid, portavoce dei talebani, lo rivendica su Twitter pubblicando un video in cui si vedono degli uomini armati camminare tra decine di pickup e suv, apparentemente della polizia. Secondo quanto riferito da fonti locali citate dalla Cnn, i talebani hanno preso il controllo dell'aeroporto e sono entrati nell'ufficio del governatore. Herat è la terza città del Paese, dove fino a qualche settimana fa erano dispiegati i militati italiani. Amaro il commento del commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni: «Herat in mano ai talebani. Se confermato, che tristezza. Anni di impegno italiano cancellati. Si discuterà a lungo su questa guerra e sul suo epilogo».

Questa mattina, invece, è stata conquistata Ghazni. «Hanno preso il controllo di aree chiave della città: l’ufficio del governatore, il quartier generale della polizia e la prigione», ha riferito Nasir Ahmad Faqiri, capo del Consiglio provinciale locale.

Ghazni è il capoluogo di provincia più vicino a Kabul conquistato dai talebani da quando hanno lanciato la loro offensiva a maggio, in concomitanza con l’inizio del ritiro delle forze straniere, che dovrebbe concludersi entro la fine di agosto. Secondo quanto riferiscono i due consiglieri locali Nasir Ahmad Faqiri e Amanullah Kamrani, che accusano il governatore di avere stretto un patto con i talebani per consegnare loro la città, gli insorti hanno inoltre fatto irruzione nel carcere provinciale. E solo un piccolo gruppo di forze governative, a guardia degli uffici dell'intelligence, avrebbe opposto resistenza.

Proprio per questo, il governatore e vari suoi collaboratori sono stati arrestati con l’accusa di aver stretto un accordo con i talebani, per poter fuggire dopo la resa agli estremisti: lo ha fatto sapere il ministero dell'Interno di Kabul. Video e fotografie dei talebani mostrerebbero il convoglio del governatore mentre supera, senza essere fermato, dei combattenti.

Ghazni, che conta circa 180mila abitanti, è situata sull'importante 'ring road', la strada che collega le più grandi città del Paese. A causa della sua vicinanza a Kabul, negli ultimi anni i talebani hanno tentato più volte di assumerne il controllo. Con il collasso di Ghazni e Kandahar i talebani ora controllano 12 capoluoghi delle 34 province del Paese.

E a seguito dell’avanzata talebana, la Danimarca sta evacuando tutto il personale presente nel Paese, mentre gli Stati Uniti e Berlino hanno rivolto un appello ai loro cittadini sul posto perchè abbandonino immediatamente il Paese usando voli di linea. Agli americani viene chiesto di tornare in patria usando i voli commerciali a disposizione, spiegando come la capacità dell'ambasciata di assisterli sia «estremamente limitata» date le difficili condizioni di sicurezza e uno staff ristretto. L'ambasciata sta comunque offrendo prestiti per il rimpatrio ai cittadini americani che non hanno i soldi necessari ad acquistare un biglietto aereo. Gli Stati Uniti in serata hanno annunciato che invieranno 3.000 soldati per proteggere il personale dell'ambasciata e permettere l'evacuazione dei cittadini americani.
Anche la Gran Bretagna ha annunciato che manderà un contingente militare di 600 unità per aiutare i connazionali e i traduttori locali ad uscire dal Paese.
Fonte: https://www.lastampa.it/esteri/2021/08/ ... HAP-A-S1-T
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Re: la ritirata

Messaggioda pianogrande il 13/08/2021, 2:02

Stasera ho sentito qualcuno parlare di un certo supporto dei Talebani da parte della Cina.

Molto interessante.
Fotti il sistema. Studia.
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Re: la ritirata

Messaggioda trilogy il 13/08/2021, 9:04

pianogrande ha scritto:Stasera ho sentito qualcuno parlare di un certo supporto dei Talebani da parte della Cina.

Molto interessante.


Questo articolo su ispionline spiega molto bene l'interesse della Cina verso i Talebani
https://www.ispionline.it/it/pubblicazi ... bani-31302

Rimane la storia di questo gruppo. Vennero creati, armati e addestrati dal Pakistan e dagli americani per combattere i Russi. Il rapporto tra i servizi pakistani e i talebani non si è mai interrotto. La guerra di questi giorni, per come è condotta, mostra una strategia militare precisa e presuppone un centro di comando unico. A combattere sul terreno ci sono anche pakistani.
Forse gli unici a resistere saranno i signori della guerra uzbeki. Odiano i talebani e li combattono come fecero i kurdi contro l'isis.
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Re: la ritirata

Messaggioda trilogy il 14/08/2021, 10:29

Bella questa intervista a Bertolini che condivido. Ormai è raro leggere sui grandi quotidiani nazionali qualche cosa di politica internazionale che non sia mera propaganda atlantista. Anche su Lastampa c'è un bell'articolo e vecchie interviste a Gino Strada. :roll:

Afghanistan, l’ex generale italiano: «Caporetto strategica e culturale,
era impossibile vincere così»
di Lorenzo Cremonesi

Il Capo di Stato Maggiore Isaf Marco Bertolini offre la sua spiegazione del disastro:
«Miravamo a occidentalizzare il Paese ma loro hanno tradizioni del tutto differenti»

Dove abbiamo fallito? «Si è preteso di esportare la democrazia e i valori occidentali senza tenere conto della cultura e delle tradizioni afghane. In più, la coalizione militare alleata marciava a ritmi diversi. Gli eserciti anglosassoni applicavano le regole di guerra, mentre noi europei lavoravamo come fossimo forze di polizia con un compito di rigenerazione morale del Paese. Il risultato dopo vent’anni è questa tragica Caporetto dell’esercito afghano».

Marco Bertolini non si tira indietro. E nel consueto stile franco con cui operava da generale della Brigata paracadutisti Folgore a Kabul nel 2008 (oltreché nel ruolo di Capo di Stato Maggiore Isaf dell’intero contingente internazionale) fornisce la sua spiegazione del disastro afghano. Lo aiuta la condizione di generale in pensione che a 68 anni, dopo un quarantennio di servizio spesso con le missioni militari italiane all’estero, gode dell’esperienza e ha la libertà per contribuire a capire.

Gli afghani di fronte ai talebani, una rotta drammatica e rapidissima. Come lo spiega?
«Certamente la Nato e i nostri eserciti europei dovranno fare i conti con questa realtà. Dovremo valutare i fallimenti e imparare per le prossime missioni tra Africa e Medio Oriente. Nella nuova operazione Takuba stiamo adottando gli stessi criteri di addestramento delle forze locali nel Sahel. In Libia sono stati i turchi ad agire militarmente al nostro posto. La lezione afghana va studiata. La spiegazione di questo disastro si articola su due livelli: uno politico e l’altro tattico-operativo. Noi miravamo a occidentalizzare l’Afghanistan cercando di imporre i nostri sistemi democratici. Ma loro hanno tradizioni del tutto differenti. Per esempio, non hanno partiti. I pashtun sono un’etnia legata a tradizioni locali, e così gli hazara o i tagiki. Ci siamo illusi che l’accoglienza calorosa riservataci dalle élite cittadine rappresentasse il Paese intero. Ma la maggioranza sta nelle campagne, sulle montagne, tra i villaggi e ci ha sempre guardato con sospetto, se non aperta ostilità. Tanti non capiscono l’insistenza sui diritti delle donne, la vedono come un’intrusione».

In due decenni non ci avete mai pensato?
«Se ne è parlato molto ai comandi Isaf. I generali americani David McKiernan e Stanley McChrystal insistevano che occorreva conquistare la simpatia della popolazione, lavorare sul territorio con la gente. Ma ne uscì poco».

E l’aspetto operativo?
«Purtroppo la nostra è sempre stata una coalizione militare a scartamento alternato. Gli americani, assieme agli inglesi, facevano la guerra nel senso completo della parola. Noi invece, assieme a tanti altri contingenti, insistevamo nel presentare le nostre operazioni come civili e di pace: portavamo libri ai bambini, costruivamo scuole, centri di assistenza per le donne. In certi momenti fu come se noi fossimo in Afghanistan unicamente per fare abolire il burqa, si era persa del tutto la dimensione militare. Certo che ogni tanto eravamo costretti a sparare. Ma alla nostra opinione pubblica dovevamo dire che lo facevamo solo per difenderci. Le nostre regole d’ingaggio erano disomogenee e per noi limitanti».

Per esempio?
«Nel caso una nostra pattuglia avesse incontrato sulla strada Osama bin Laden in persona non avrebbe mai potuto sparare per prima, ma limitarsi a rispondere al fuoco. Quando i nostri mezzi venivano danneggiati da tiri nemici il caso andava alla Procura di Roma per l’inchiesta e il mezzo veniva bloccato. Procedure normali in Italia, non in zone di conflitto. Nel 2014 la nostra missione si è trasformata da “combattimento” ad “addestramento” delle truppe locali. Ma i talebani hanno continuato a rafforzarsi». [ la guerra a colpi di carte bollate :? ]

Biden ha fatto male a ordinare il ritiro?
«Non è stato Biden, ma Trump a volere l’accordo con i talebani per il ritiro. E comunque era inevitabile, dopo due decenni la situazione era ormai bloccata. Certo è amaro constatare che dopo tanti sforzi e lavoro i talebani tornano al potere più forti e più estremisti di prima».

Fonte: https://www.corriere.it/esteri/21_agost ... 0e1f.shtml
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Re: la ritirata

Messaggioda trilogy il 14/08/2021, 21:40

Finalmente una spiegazione del perché un esercito costato un trilione di dollari non riesce fermare una banda di fanatici....Semplicemente cifre gonfiate, battaglioni inesistenti per nascondere una colossale attività di corruzione.

Les autorités américaines avaient multiplié les déclarations sur les capacités des forces afghanes à défendre leur territoire. La réalité est moins glorieuse. Officiellement, Kaboul peut compter sur 300 000 membres des forces de sécurité, dont le fer de lance, les Forces spéciales, compterait près de 50 000 soldats. Selon une source militaire américaine haut placée, les autorités afghanes auraient gonflé les chiffres avec des « bataillons fantômes », sans doute pour augmenter la facture payée par les Etats-Unis et nourrir une corruption endémique. D’après un diplomate occidental, en poste à Kaboul, « il y aurait 46 bataillons fantômes, de 800 hommes chacun »....
Fonte: https://www.lemonde.fr/international/ar ... _3210.html
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Re: la ritirata

Messaggioda trilogy il 06/09/2021, 10:39

ANSA: Afghanistan: esce in Italia la storia segreta della guerra
con Newton Compton in libreria Dossier WP su 20 anni di scandali


(di Alessandra Baldini) ll presidente George W. Bush non conosceva il nome del suo comandante in Afghanistan e non voleva trovare il tempo per incontrarlo.

Il capo del Pentagono Donald Rumsfeld, per sua stessa ammissione, non aveva "alcuna visione su chi erano i cattivi". Queste e altre rivelazioni scottanti sulla scia del disastroso ritiro americano dall'Afghanistan arrivano anche in Italia. "The Afghanistan Papers" del giornalista investigativo del Washington Post Craig Whitlock sara' pubblicato il 30 settembre da Newton Compton col titolo "Dossier Afghanistan. La storia segreta della guerra". Il libro e' uscito negli Usa il 31 agosto ed ha subito suscitato polemiche perche' mette sul banco degli imputati tre presidenti - oltre Bush anche Barack Obama e Donald Trump - e i vertici militari e dell'intelligence. Whitlock, tre volte finalista ai Pulitzer, racconta una storia sconcertante per i paralleli con la guerra del Vietnam tanto che gli "Afghanistan Papers" sono stati subito paragonati ai Pentagon Papers che Washington Post e New York Times ottennero dalla talpa Daniel Ellsberg e che servirono a sbugiardare la versione rosea del Pentagono sull'andamento del conflitto nelle giungle di Indocina. Cosi' come i 'Pentagon Papers' cambiarono la percezione del Vietnam da parte del pubblico, il "Dossier Afganistan" contiene rivelazioni sorprendenti ddi centinaia di insider che hanno avuto un ruolo diretto nella guerra. vengono cosi' a galla le bugie utilizzate per giustificare un conflitto senza fine. Dal 2001 oltre 775 mila militari Usa sono stati impiegati in Afghanistan, molti ripetutamente. Di questi 2.300 sono morti e oltre 20 mila sono rimasti feriti.

Il racconto di "Dossier Afghanistan" si basa su documenti top secret e interviste con centinaia di persone che sapevano che il governo degli Stati Uniti stava presentando una versione distorta, e talvolta completamente inventata, dei fatti. I documenti erano frutto di un progetto federale commissionato per capire le cause del falimento della piu' lunga guerra della storia americana. "Parlavano francamente perche' pensavano che le loro dichiarazioni non sarebbero mai diventate pubbliche", spiega Whitlock che ha impiegato tre anni per ottenere il materiale usando il Freedom of Information Act. A differenza del Vietnam e dell'Iraq, l'invasione americana dell'Afghanistan dopo l'11 settembre 2001 ebbe inizialmente sostegno quasi unanime da parte dell'opinione pubblica.

All'inizio, gli obiettivi erano chiari: sconfiggere al-Qaeda e prevenire il ripetersi di attacchi terroristici. Tuttavia, dopo soli due anni e dopo la rimozione dei Talebani dal potere, la missione prese un'altra strada, lasciando l'esercito americano impantanato in un conflitto di guerriglia impossibile da vincere. Nessun presidente volle ammettere il fallimento: al contrario, Bush, Obama e Trump continuarono a inviare truppe affermando che si stavano facendo progressi pur sapendo che non c'erano prospettive realistiche di vittoria.
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