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Il PD và ribaltato come un calzino

Il futuro del PD si sviluppa se non nega le sue radici.

Il PD và ribaltato come un calzino

Messaggioda Robyn il 28/06/2018, 21:23

Il PD và ribaltato come un calzino come dice Minniti.La prima cosa è continuare con lo spirito europeo e procedere al completamento dell'Europa Federale contrastando i sovranismi che vogliono riportarci indietro con la fine di Schenghen.La seconda cosa è che questa globalizzazione non và bene perche porta a condizioni di vita sempre peggiori perche per la competizione sfrenata il mercato prevale sulla persona.Quindi bisogna riformare il capitalismo combattendo i paradisi fiscali e tornando alla stell glass act perche senza di questa gli investimenti decrescono sempre di più e si privilegia sempre di più la speculazione,in breve servirebbe una nuova Bretton Woods.Diverse cose in ambito europeo e nell'ambito del nostro paese sono state fatte.Le norme antidumping contro la competizione sleale che avviene al di fuori dei confini europei,le norme antidelocalizzazione che vanno integrate con la restituzione dei finanziamenti ricevuti da parte di chi delocalizza.Poi c'è il capitolo dell'immigrazione che và governato secondo il diritto internazionale e con l'umanità.Servono piani di sviluppo per l'Africa,contrastando le guerre civili,i regimi sanguinari,il traffico d'armi,l'eccesso di natalità che rischia di riversarsi sull'Europa.Sul piano interno il PD và letteralmente rovesciato come un calzino.Per ex cambiare la forma partito separandolo completamente dalla Pa cambiando le regole della democrazia interna.Primarie sempre aperte ma che non scavalcano il partito.Ad ex la leadership eletta per un terzo dal partito per un terzo da semplici elettori e simpatizzanti per un terzo da associazioni di categoria che sono rappresentanze sindacali lega ambiente terzo settore,le canditature della leadership scelte dal partito per evitare le scalate,limite ai due mandati parlamentari e criteri di scelta sulla base del merito e delle primarie.Poi c'è il capitolo della libertà di informazione.Liberare la Rai Tv dall'invadenza dei partiti e del governo e per l'informazione privata "carta stampata e Tv"mettere un limite al possesso azionario per evitare il controllo.Poi c'è tutto il capitolo della precarietà regolando le nuove forme di lavoro,della riforma del welfare,di una Pa più leggera,di una tassazione fisiologica ma sempre progressiva,della burocrazia,del funzionamento efficente della giustizia,del contrasto alla corruzione e all'evasione.Infine l'ambiente riprendere i temi sull'ambiente.Poi chi ne ha più ne metta.Zingaretti?Buona idea.Ma che cosa è il fronte repubblicano?Dalla democrazia dell'alternanza non è tornata indietro nemmeno la Francia.Macron non governa con l'Ump ma da solo,l'Ump ha appoggiato al ballottaggio Macron mettendo fuori gioco Marine Le Pen
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Re: Il PD và ribaltato come un calzino

Messaggioda pianogrande il 28/06/2018, 23:42

Non ne stiamo aprendo troppi?
Inoltre c'è il forum ...tra radici e futuro
Capitano che hai trovato - principesse in ogni porto - pensi mai al rematore - che sua moglie crede morto (Lucio Dalla)
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Re: Il PD và ribaltato come un calzino

Messaggioda Robyn il 29/06/2018, 0:11

Allora trasciniamo questo argomento fra radici e futuro
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Re: Il PD và ribaltato come un calzino

Messaggioda mariok il 09/08/2018, 16:22

«Mai visto un partito che dopo una sconfitta storica non azzera i gruppi dirigenti.»

«Il futuro non nascerà dall’attuale classe dirigente nazionale, ma la fiducia va conquistata goccia a goccia»

Sì, in Italia esiste ancora una sinistra capace di battere questa destra

Ancona. Brescia. Bologna. La Garbatella a Roma. Viaggio tra i dem che hanno vinto le elezioni nonostante tutto. E che hanno qualcosa da dire ai vertici nazionali: «Il futuro non nascerà dalla classe dirigente nei palazzi della Capitale»

DI CARMINE FOTIA
07 agosto 2018


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LA TRAVERSATA DEL DESERTO
Sì, in Italia esiste ancora una sinistra capace di battere questa destra

Ancona. Brescia. Bologna. La Garbatella a Roma. Viaggio tra i dem che hanno vinto le elezioni nonostante tutto. E che hanno qualcosa da dire ai vertici nazionali: «Il futuro non nascerà dalla classe dirigente nei palazzi della Capitale»

DI CARMINE FOTIA
07 agosto 2018

C’è ancora vita a sinistra? Per cercare di capirlo mi sono messo in viaggio per l’Italia nelle stesse ore in cui l’Assemblea nazionale del Pd, per non dividersi per l’ennesima volta, decideva di rinviare il momento in cui avrebbe deciso di dividersi anche se tra chi e su cosa resta uno dei misteri gloriosi della fede dem; negli stessi giorni nei quali si svolgeva la surreale trasferta della segreteria dem nel quartiere di Tor Bella Monaca (Torbella, per i romani), periferia sud-est della ex-capitale d’Italia resa nota dal film “Jeeg Robot” , e le immagini raccontavano una sorta di straniamento. Non è solo un problema di conoscenza: alcuni di loro, (Gianni Cuperlo che ci era andato senza telecamere in vespa e taccuino, per scrivere un reportage per L ’Espresso, Matteo Orfini che lì è stato candidato ) quella periferia la conoscono. Era la scena che era completamente fuori luogo, era il linguaggio che si capiva costruito non per parlare agli abitanti di quella periferia ma ai media e ai social, un set a favore di telecamere.
Così il mio viaggio diventa anche un punto di vista, quasi un altrove rispetto ai riti del palazzo dem, all’autoreferenzialità dei suoi apparati, alla sua lingua pulita, politicamente corretta ma morta.
Valeria Mancinelli, rieletta sindaca di Ancona, città di tradizione di sinistra ma anche laica e repubblicana, all’ultima assemblea nazionale s’è incaricata di portare la voce, inascoltata, del centrosinistra che sa vincere, oggi la dice così: «Il Pd? Mi sembra narcotizzato. Intendiamoci: dopo uno shock come quello del 4 marzo un po’ di sedazione ci sta, si fa anche con i malati, no? Ma non si può restare sedati tutta la vita». Ecco il rischio mai apparso così reale indicato dalla tosta sindaca di Ancona, sessant’anni, avvocata, renziana di tradizione comunista, padre partigiano e nonno ferroviere, il rischio che il Pd non si svegli più: «Spesso si vedono terze o quarte file, un ceto politico parassitario fatto di caporali senza esercito che credono di essere generali, sempre pronti a riciclarsi. E questo vale per il Pd, in tutte le sue correnti, ma vale anche per la sinistra-sinistra. Così ai cittadini appare un ceto politico pronto a riciclarsi, esperto solo nel gioco del palazzo e lontano dai problemi reali».
«I dem sono apparsi sempre più come fantasmi evanescenti, la politica dem invece deve avere un’anima. Io vado ovunque, con umiltà, senza fare il saccente e nei quartieri popolari prendo più voti che in quelli ricchi», mi spiega Emilio Del Bono, 53 anni, animale politico un po’ strano: avvocato, sindaco civico di provenienza politica perché è stato esponente della sinistra dc e dei popolari, già parlamentare dell’Ulivo, rieletto al primo turno con il 54 per cento dei voti in una città, Brescia, culla della grande cultura del cattolicesimo democratico di Papa Montini, Paolo VI, che sarà proclamato Santo il prossimo ottobre, di Mino Martinazzoli l’indimenticato e tormentato leader della sinistra democristiana. «Mai visto un partito che dopo una sconfitta storica non azzera i gruppi dirigenti. Se continuiamo così siamo autoreferenziali ed inutili», accusa Virginio Merola, 63 anni, laurea in filosofia, una lunga storia cominciata nel Pci (sinistra ingraiana), diventato sindaco di Bologna dopo la lunghissima gavetta cominciata da presidente di Quartiere, eletto per il secondo mandato al secondo turno contro la leghista Lucia Borgonzoni, costretto a fare i conti con la fine della rendita di posizione dell’Emilia rossa.

Social sì, ma per strada
Vado alla Garbatella, cuore popolare dell’VIII Municipio, popoloso come una media città italiana, strappato al M5S di Virginia Raggi da due trentenni molto smart, ma anche molto radicati sul territorio: il presidente Amedeo Ciaccheri, indipendente, trentenne, laurea in lettere, orecchino e l’esperienza contro la dispersione scolastica con il centro sociale La Strada, scelto dalle primarie sconfiggendo lo zingarettiano Enzo Foschi (il quale però, caso abbastanza raro, si è messo a lavorare pancia a terra per la vittoria della coalizione); e Antonella Melito, giovane outsider dem, plurilaureata, specializzata all’estero, in Italia lavoro precario e passione politica, che è entrata a fatica nelle liste e che è diventata presidente del consiglio municipale perché ha raccolto tantissime preferenze. I due giovani amministratori lanciano una sfida che è anche generazionale: «Se ripetiamo i modelli del passato, anche quelli nobili come l’Ulivo, non andiamo da nessuna parte. Soprattutto conta il rapporto con i cittadini. È vero, noi siamo social e smart come i nostri coetanei, ma abbiamo fatto una campagna strada per strada e portato a votare alle primarie 3.000 persone».
Dalla mia indagine non emerge un modello unico, uno di quelli che piacciono tanto ai dirigenti dem, pronti a inventarsi le formule più astruse, convinti che basti cambiare nome alle cose per cambiare la realtà. Piuttosto, un’attitudine comune a fare politica nei luoghi e con le persone: «Gli ingredienti della vittoria? Non contano solo gli ingredienti: tu puoi usare anche gli stessi di Iginio Massari (bresciano, uno dei più grandi pasticceri italiani, ndr) ma se non sei lui non ti verrà mai una torta come la sua. Non ho vinto per come ho fatto la campagna elettorale, ma per i cinque anni di governo e perché invece di essere arroganti siamo stati prossimi. Il centrosinistra deve occuparsi del popolo, svuotando il mare del disagio», spiega Del Bono.
«Con la leadership di Renzi, ma è un problema che riguarda tutto il gruppo dirigente, abbiamo cercato la strada delle riforme senza popolo e questo ha accentuato la distanza tra popolo e élite, spianando la strada al populismo», sostiene Merola.

«Spesso», aggiunge Valeria Mancinelli, «ho l’impressione, e questo vale anche per Nicola Zingaretti e Carlo Calenda, che si parli di formule astratte: centrosinistra largo, fronte repubblicano. Io dico: partiamo dai contenuti e su quella base costruiamo un’identità e selezioniamo le alleanze. Ma non basta un leader, serve una classe dirigente, una squadra di governo».

Tra pragmatismo e valori
Da questo angolo visuale la luce che illumina i problemi è completamente diversa. I valori devono fare i conti con la realtà, l’ideologia, per parafrasare Marx, viene abbandonata alla critica roditrice dei topi. Prendiamo il tema dell’immigrazione, di scottante attualità. In tutte le città che ho visitato, soprattutto attorno alla stazione, la presenza degli immigrati è evidente, ma nessuno dei miei interlocutori pensa che si debba inseguire Salvini e il governo, tutti sono fieri di quel che hanno fatto in termini di accoglienza. «Penso che la svolta Minniti sia arrivata troppo tardi, ma non perché sia contraria all’accoglienza: ad Ancona», dice la sindaca, «abbiamo 12 mila immigrati regolari e in termini di rifugiati ne abbiamo accolti più del triplo di quelli che ci spettavano».
«Brescia è la città italiana con il più alto numero di immigrati in percentuale: il 17 per cento», racconta Del Bono. «Nei comitati di quartiere abbiamo eletto circa venti consiglieri immigrati. Rovesciamo il paradigma: chiediamo agli immigrati di essere essi stessi protagonisti di un nuovo patriottismo municipale. Però devo tenere conto che la città ha una cultura del lavoro calvinista per cui non piace chi non fa nulla e dunque se diciamo che i richiedenti asilo devono lavorare non è perché vogliamo sfruttarli ma perché non siano vissuti come un corpo estraneo da rigettare. Noi l’abbiamo proposto e il 50 per cento dei richiedenti asilo ha accettato e sta svolgendo lavori di pubblica utilità». Dice la sindaca di Ancona: «Sono d‘accordo, ma serve una legge nazionale altrimenti diventa impossibile gestire la situazione a livello burocratico». Nel frattempo, mi spiega Del Bono, indicando i grandi cartelli posti su via Milano, periferia popolata da molti immigrati, «spieghiamo ai cittadini i lavori per riqualificare le zone degradate».

A me, a dire il vero, via Milano di Brescia, rispetto a certe periferie romane o meridionali, appare un salotto già adesso, ma il sindaco sa che deve rispondere anche alla “percezione” dei suoi cittadini. Ovvero riqualificare per fare stare meglio anche gli immigrati e non consentire il degrado che fa stare peggio anche i bresciani non immigrati. Insomma, un circolo virtuoso. L’esatto opposto di quel che accade dove, invece, a degrado si aggiunge degrado.
Pragmatismo e valori che devono stare insieme, senza rinunciare, però, a una visione politica che partendo dal basso rigeneri l’albero rinsecchito del centrosinistra: Virginio Merola lo spiega così: «Le persone si sentono umiliate non solo dal disagio sociale, ma anche perché si sentono escluse. Dobbiamo tornare a occuparci della vita delle persone. Penso a cose concrete, come quelle che abbiamo fatto a Bologna con il regolamento dei beni comuni, ma penso anche che dalle città possa partire una sfida più ambiziosa: una petizione per l’elezione diretta del presidente dell’Unione europea».

Un approccio che serve anche per essere più competitivi, con un occhio ad alleanze con movimenti civici, come quello del sindaco di Parma Federico Pizzarotti: «Il M5S qui al nord si identificava con alcuni valori: ambientalismo, movimentismo, democrazia diretta, che sono progressisti, che sono anche miei», afferma Del Bono. «Alle politiche hanno preso il 17 per cento, alle comunali il 5: ciò vuol dire che la stragrande maggioranza degli elettori che avevano votato per M5S alle politiche ha poi votato per me. Dovremmo essere all’attacco con la nostra agenda senza aver paura di andare verso il popolo anche perché un partito che si chiama democratico e ha paura del popolo è un ossimoro». Sintetizza Valeria Mancinelli: «Di rimettere insieme i cocci della sinistra in astratto, non frega niente a nessuno. A me per strada, non me lo chiedono».

Invertire la logica
La professoressa Elisabetta Guelmini, politologa e vicepresidente della regione Emilia Romagna, dal suo doppio osservatorio la vede così: «Serve una classe dirigente rinnovata, che parli alla gente, che si mescoli agli altri per allargare il campo perché il Pd da solo non basta. La sfida è difficile, perché occorre insieme ricucire una frattura tra popolo ed élite e rispondere a una domanda di protezione sociale. I leader arrivano se si lasciano spazi aperti a una costruzione dal basso, non romano-centrica, che inverta la logica delle riforme dall’alto».

Ma il Pd è pronto ad aprirsi a queste esperienze? Matteo Ricci, sindaco di Pesaro e responsabile degli enti locali della segreteria dem raccoglie la sfida: «I sindaci per me sono l’alternativa di popolo al populismo. Dobbiamo imparare dalle vittorie e dalle sconfitte. Ad Ancona e Brescia abbiamo stravinto nonostante il vento di destra, con sindaci sorretti da una coalizione coesa. A Pisa e Siena invece abbiamo perso con un partito diviso e litigioso fino al giorno prima delle elezioni. Dove abbiamo vinto abbiamo allargato alle forze migliori di quelle città. E questa è una lezione che vale anche a livello nazionale, perché il Pd da solo non basta. Abbiamo ancor oggi una rete vasta di amministratori locali, bisogna ripartire da lì».

Non so se effettivamente nascerà da qui la classe dirigente futura dei dem o se dalle loro fila possa provenire il nuovo Papa, magari a sorpresa, come quel Francesco proveniente dalla fine del mondo. Però vedo idee forti, energie vitali, facce fresche e piedi ben piantati per terra. «Il futuro non nascerà dall’attuale classe dirigente nazionale, ma la fiducia va conquistata goccia a goccia», conclude Emilio Del Bono.
http://m.espresso.repubblica.it/palazzo ... mg00000001
« Dopo aver studiato moltissimo il Corano, la convinzione a cui sono pervenuto è che nel complesso vi siano state nel mondo poche religioni altrettanto letali per l'uomo di quella di Maometto» Alexis de Tocqueville
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Re: Il PD và ribaltato come un calzino

Messaggioda pianogrande il 09/08/2018, 20:59

Questa classe dirigente ha un sistema di potere "non selettivo" da paura.

Questo consente una pletora di mammasantissima che si ritengono intoccabili e indispensabili e il cui attaccamento alla poltrona è tale che se tentano di rimuoverli si portano dietro un pezzo di partito (effetto colla).

Non si portano dietro un pezzo di elettorato (effetto vaffa) ma lo regalano all'avversario attraverso le falle che si sono aperte.

In parole mie, dopo Berlusconi che ha forgiato un popolo di impreparati di cui hanno usufruito lega e 5 stelle, ecco a voi il PD che ha forgiato un popolo di disorientati e scojo..ti (quelli delle mie parti capiscono di sicuro) di cui hanno usufruito lega e 5 stelle.

E pensare che c'è chi interpella fior di esperti per la campagna elettorale.

In questo caso si è trattato semplicemente di mettersi sotto l'albero e raccogliere le mele mature che venivano giù da sole.

Ma i mammasantissima hanno fatto una piega?

No.

Al massimo hanno spiegato (a chi non li ascolta più) che votare quella gente è stato un errore.

La risposta più istintiva credo possa essere che è meglio sbagliare cercando di cambiare (e questa vi assicuro che non è mia).

Quando la gente arriva a questo punto, è il popolo stesso che va rivoltato come un pedalino solo che questo richiede tempo e fatica e sopratutto distoglie dal metodo parenti serpenti che, come succede in tante belle famiglie, finisce per far crollare la casa.
Capitano che hai trovato - principesse in ogni porto - pensi mai al rematore - che sua moglie crede morto (Lucio Dalla)
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