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NEGLI ANNI '70 PIANTATI I SEMI DEL DECLINO ITALIANO

Discussioni e proposte, prospettive e strategie per il Paese

NEGLI ANNI '70 PIANTATI I SEMI DEL DECLINO ITALIANO

Messaggioda franz il 28/06/2020, 8:52

Dedicato a chi crede ancora a Babbo Natale e alle virtù taumaturgiche delle politica economica italiana.
Ovvero 50 anni di disastri.


Repubblica Affari&Finanza
Pagina 22-06-2020 15
L'intervento ALESSANDRO DE NICOLA

NEGLI ANNI '70 PIANTATI I SEMI DEL DECLINO ITALIANO
Oscar Wilde, con il suo abituale senso del paradosso, sentenziò che la maggioranza della gente muore di un deprimente buon senso e scopre, quando è troppo tardi, che l'unica cosa di cui non ci si pente mai sono i propri sbagli.

Malauguratamente, esistono indizi che la classe politica sia convinta che l'Italia non debba pentirsi degli errori passati, ma semplicemente ripeterli in forma aggiornata.
Sotto questo profilo, una lettura consigliabile a chi esercita poteri di governo dovrebbe essere un libro pubblicato appena prima dell'esplosione della pandemia,
La politica economica italiana dal1968 ad oggi di Salvatore Rossi.

L'autore è stato direttore generale della Banca d' Italia, presidente dell'Ivass, l'autorità di vigilanza sulle compagnie di assicurazione e oggi è presidente di Tim. La sua ricostruzione degli ultimi 50 anni, pur con qualche indulgenza sul ruolo dell'Istituto di Via Nazionale, è condotta in modo rigoroso, legato ai fatti ed equilibrato.

Cominciamo dagli «anni delle spinte sociali», dal 1968 al 1975, quando esplode la protesta nelle piazze e i governi, sollecitati dalle opposizioni, pensano che il rimedio consista in "meno mercato, più Stato".

Il tutto avviene anche sotto la spinta della crisi economica determinata dallo shock petrolifero del 1.973-74 e si traduce in aumenti salariali di molto superiori agli incrementi di produttività, per poi sfociare nel 1975 nei famoso accordo sulla scala mobile che adeguava automaticamente gli stipendi all'inflazione, contribuendo ad alimentarla. Lo Statuto dei lavoratori, insieme ad alcune cose buone, introdusse l'ingessatura del mercato del lavoro che con vicende alterne è ancora presente.

Esplode nel frattempo il bilancio pubblico, sommerso da pensioni di invalidità, prepensionamenti, pensioni sociali, cassa i integrazione, copertura della spesa sanitaria a piè di lista, assunzioni di dipendenti pubblici.

Nel 1971 nasce la Gepi, società pubblica che acquista partecipazioni in aziende decotte. ll debito pubblico, pari al 38% del Pil nel 1970, arriva al 57% nel 1975.
Comincia la fuga di capitali all'estero; si introducono misure restrittive alla circolazione dei capitali; la Banca d'Italia compra buoni del Tesoro mentre l'inflazione rosicchia valore reale agli altri loro acquirenti e si inaridiscono i finanziamenti al settore privato spostandosi verso quello statale. L'istituzione delle Regioni e dei Tar si rivelerà una fonte inesauribile di nuove decisioni di spesa. Ecco piantati i semi del declino italiano.

La solidarietà nazionale, che va dal 1976 al 1979, inizia con l'esaurimento delle riserve di valuta e la sospensione della quotazione sul mercato dei cambi della lira che, alla riapertura, crolla. Si inaspriscono il peso fiscale e la repressione valutaria, ma la lira debole riesce a dare un provvisorio respiro al Pil che nel 1976 sale del 6,6%.

Sarà l'ultima volta.
Cresce la spinta dirigista dell'economia con l'istituzione del Comitato interministeriale della politica industriale, mentre affluiscono copiosi i sussidi alle imprese e al Mezzogiorno,
peggiorando la competitività delle prime e dando luogo a sprechi e carrozzoni (siderurgia e porti) nel secondo caso. La legge sull'equo canone del 1978 distrugge il mercato degli affitti e la riforma sanitaria, dello stesso anno, crea centri insaziabili ed inefficienti di spesa, le Usl.

Il progresso si concentra nelle piccole e medie imprese del Centro-Nord-Est che prosperano nei distretti industriali. L'allocazione delle risorse finanziarie è influenzata dalla politica nelle grandi banche nazionali mentre in quelle locali si affermano «i buoni mediatori di clientele, non i buoni amministratori».

Veniamo all'ultimo periodo della Prima Repubblica, gli anni 80. Le luci maggiori dell'epoca sono i provvedimenti antiinflazionistici (depotenziamento della scala mobile e politica dei redditi), ma nel frattempo si aggravano i disavanzi del bilancio pubblico e si innalza la pressione fiscale. Il famoso divorzio tra Tesoro e Banca d'Italia, con il nostro paese che aveva già aderito nel 1979 allo Sme, il sistema monetario europeo che restringeva le oscillazioni del cambio, fu l'inizio di quella nuova costituzione monetaria che ci portò nell'euro.

Il libro naturalmente ricostruisce anche gli ultimi 30 anni di politica economica, ma è la storia risalente ad essere particolarmente interessante. I 25 anni dai 1968 al 1992, ad uso esclusivo del la Prima Repubblica della lira, mostrano inequivocabilmente una linea tendenziale della crescita del Pil discendente (seppur a singhiozzo) e del debito pubblico in aumento.

Le ricette basate su spesa pubblica, dirigismo, intreccio politica-economia non funzionarono allora e formarono un macigno sulle spalle del Paese che ancor oggi non riusciamo a scrollarci di dosso: anzi, è apparsa la tentazione a riprovarle. Meglio fermarsi finché si è in tempo; con tutta la simpatia per Wilde preferisco quello che scriveva lo scrittore Vonnegut. «Un passo indietro, dopo aver fatto una strada sbagliata, è un passo nella giusta direzione».


PS: come finale andrebbe bene anche:
Se ti trovi in una buca, la prima cosa da fare è di smettere di scavare.
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Re: NEGLI ANNI '70 PIANTATI I SEMI DEL DECLINO ITALIANO

Messaggioda mauri il 28/06/2020, 17:13

grazie
quindi craxi ha dato solo una mano ad una situazione già avviata al declino
buona settimana mauri
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Re: NEGLI ANNI '70 PIANTATI I SEMI DEL DECLINO ITALIANO

Messaggioda franz il 28/06/2020, 17:44

mauri ha scritto:grazie
quindi craxi ha dato solo una mano ad una situazione già avviata al declino
buona settimana mauri

Certo, ha contribuito a scavare ulteriormente la buca.
A dire la verità quando lui imperava e lavoravo ancora in Italia aavevo letto di una sua proposta di riforma della previdenza che per quanto ora ricordo vagamente poteva essere fuoi dal coro declinante ... ma non se ne fece nulla.
Chi si ricorda che proposta fosse?
Propose la fine della contingenza, vincendo il referendum contro Berlinguer. Il che è positivo.
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Re: NEGLI ANNI '70 PIANTATI I SEMI DEL DECLINO ITALIANO

Messaggioda trilogy il 29/06/2020, 11:33

Noi abbiamo perso tutte le rivoluzioni tecnologiche dagli anni 70 in poi. Informatica anni 70, internet anni 90, poi il digitale. Ci siamo salvati in corner con industria 4.0 che andava fatta 20 anni fa. Oggi non abbiamo un solo prodotto di massa o azienda leader in questo ambito. Ci siamo salvati nella meccanica, nei sistemi di produzione, oggi abbiamo recuperato qualcosa in ambito farmaceutico. Il mito delle piccole imprese è stato devastante per l'innovazione a lungo termine, così come l'ideologia nazionale secondo la quale: educazione, ricerca scientifica e tecnologica, lavoro e impresa, sono tre ambiti separati. Se non superiamo questo approccio culturale saremo sempre in ritardo.
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Re: NEGLI ANNI '70 PIANTATI I SEMI DEL DECLINO ITALIANO

Messaggioda trilogy il 03/07/2020, 14:18

Ecco, un paese che si trova in una situazione simile dovrebbe fare una riflessione collettiva seria e cambiare rotta.
Da decenni abbiamo una politica economica fallimentare ed è ora di cambiare senza continuare a dare la colpa agli olandesi ai tedeschi, ecc. Quelli che lo fanno sono giornalisti e politici ignoranti e falliti. Piuttosto impariamo qualche cosa dagli olandesi e dai tedeschi e mettiamoci del nostro. :?

...Un'Italia in cui si è fermato del tutto l'ascensore sociale, in pratica la speranza di migliorare la propria condizione economica, rispetto alla famiglia di origine. Anzi, si legge nel rapporto Istat, per il 26,6% dei nati nell'ultima generazione (1972-1986) l'ascensore è diventato "mobile" verso il basso e supera, per la prima volta, la percentuale di coloro la cui posizione sociale si muove verso l'alto, cioè il 24,9%. Insomma l'ascensore sociale oggi per buona parte della popolazione non è più ascendente, ma discendente. Una doccia fredda sulla speranza.

fonte: https://www.repubblica.it/cronaca/2020/ ... 260813891/
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Re: NEGLI ANNI '70 PIANTATI I SEMI DEL DECLINO ITALIANO

Messaggioda franz il 04/07/2020, 10:36

E alla faccia di chi blatera di liberismo o di turboliberismo in Italia, ma anche a chi non lo fa, pregherei di dare un'occhiata a questi dati, che ho elaborato partendo dai CPT (un programma dell'agenzia per la coesione territoriale, governativo)

https://www.facebook.com/franz.forti.7/ ... 2670056401

Riassumo qui la parte testuale, poi le tabelle le vedete voi su FB.


Notevoli i dati CPT (Sistema dei Conti Pubblici Territoriali) perché non solo assegnano ad ogni regione (o provincia autonoma) entrate e spese cosiddette “statali, regionali e locali” ma lo fanno anche allargando il raggio d’azione al cosiddetto Settore Pubblico Allargato (SPA). In questo modo vengono incluse le società partecipate pubbliche, che ovviamente spendono per tutti (consorzi o gli enti turistici) ma hanno anche introiti diversi per regione. Quindi se osserviamo tutte le spese (statali e partecipate, locali e nazionali) dobbiamo prendere in considerazione anche tutte le entrate. Nel primo commento metterò i link alle pagine da cui sono partito per scaricare di dati (2018), ma qui inizio a presentare alcuni risultati.

Per prima cosa le spese dello Stato considerando il settore allargato aumentano del 18.7% passando da 852 miliardi circa a 1’011.

Sorpresa, aumentano ancora di più le entrate, tanto da risultare maggiori delle uscite (1’070 miliardi). Pari al 60.6% del PIL. Nessun deficit quindi (anzi +3.28%) se consideriamo anche il settore allargato ed i suoi 847’000 dipendenti. Pare allora che il settore allargato pur svolgendo servizi di pubblica utilità (tanto da essere partecipato con abbondanti quote societarie dai ministeri, dalle regioni e dai comuni) non sia così tanto generoso quando si tratta di condividere gli utili. Che però i CPT registrano ed assegnano territorialmente.

I CPT sono completamente territorializzati per cui entrate e uscite sono attribuite ad ogni regione. Cosa cambia nei residui fiscali, per questi valori che superano i 1’000 miliardi? Non molto, ma qualcosa cambia. Soprattutto cambia che regioni come la Valle D’Aosta, il Friuli Venezia Giulia e le due Province Autonome del TAA, che nei calcoli tradizionali vengono indicati come territori che spendono più di quanto incassino, invece vanno in zona positiva; e di molto.

Bolzano supera la Lombardia (pro capite, naturalmente) ed anche tutte le altre hanno più entrate che uscite. Evidentemente le loro partecipate locali registrano degli attivi, diversamente da altre realtà.

Cambia anche che considerando anche il settore pubblico allargato (RAI, ENI, Poste, Cassa Depositi e prestiti e tutte le migliaia di società partecipate locali) la quota di PIL statale e parastatale supera il 60% ed in alcune regioni sfiora il 70%!
Alla faccia del liberismo, cari amici. E il settore Pubblico Allargato Nazionale (ENI, RAI, ACI etc) è in rosso per 20.5 miliardi nel 2018.

Considerate che l'Italia va a rotoli anche e soprattutto perché il Sud è lasciato a se stesso, drogato da trasferimenti ma privi di incentivi per lo sviluppo.

Guardate le tabelle e leggete i commenti.
C'è in progetto di fare un video su YouTube.
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