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L’Italia è ferma. Immobile allo stop e con il motore spento

Discussioni e proposte, prospettive e strategie per il Paese

L’Italia è ferma. Immobile allo stop e con il motore spento

Messaggioda franz il 01/08/2019, 8:25

"Non vedo vie d'uscita per il Governo". Carlo Cottarelli all'Huffpost

Il Pil italiano è inchiodato allo zero. Per l'economista "Troppo grande la distanza tra le loro promesse e la necessità di ridurre deficit e debito". Il vero timore è che si sveglino i mercati
By Giuseppe Colombo

L’Italia è ferma. Immobile allo stop e con il motore spento. Questo motore, cioè l’economia, non ingrana una marcia per ripartire, figurarsi una direzione. Lo dice l’Istat: nel secondo trimestre dell’anno il Pil si è inchiodato allo zero. Altro che crescita e anno bellissimo. E ora? Con un accordo flebile con Bruxelles da onorare e una manovra d’autunno già carica di impegni obbligati, il dato del Pil sballa il quadro dei conti e il cantiere fragile del Governo. Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici, prefigura un aumento del rapporto debito-Pil, uno dei fattori-chiave per la tenuta delle finanze. “L’anno scorso - dice in un’intervista a Huffpost - vedevo una possibilità, ma alla luce di come stanno andando le cose ora non vedo vie d’uscita per il Governo. La differenza tra quanto è stato promesso, dallo stop all’aumento dell’Iva alla flat tax, e il deficit che deve scendere è troppo grande”.

Professore, siamo ancora in stagnazione. La crescita zero fa saltare la strategia del governo sui conti pubblici?

“Il Pil cresce poco, l’inflazione è bassa. Mi aspetto un aumento del rapporto debito-Pil dopo una tendenza alla stabilizzazione che c’è stata dal 2015 al 2018. Già l’anno scorso è iniziato a crescere e quest’anno lo farà ulteriormente. Non siamo in recessione, ma se ci finiamo saremo nei guai perché il debito aumenterebbe velocemente”.

Qual è l’exit strategy?

“Esattamente un anno fa, a luglio, scrissi un articolo dove dicevo che il Governo italiano e la Commissione europea potevano mettersi d’accordo per un deficit intorno al 2 per cento. Ma adesso non riesco a capire davvero come farà il Governo”.

Perché?

“La differenza tra quanto è stato promesso, dallo stop all’aumento dell’Iva fino alla flat tax, e il deficit che deve scendere è troppo grande. Servono 30 miliardi. Se ora il Governo dice che questi soldi non li vuole trovare e passa la linea che fino ad oggi non si è osato fare abbastanza, allora si dice che si aumenta il deficit e poi venga quel che venga”.

Ecco, il punto è questo. Cosa ci aspetta?

“Sarà un autunno incerto. Il rischio è che si innesti un nuovo scontro con l’Europa. E a seguire può esserci chi, nella Lega, anche se in una posizione minoritaria, tornerà a dire che è meglio uscire dall’euro”.

Sembra di essere tornati indietro di un anno. Siamo ancora destinati a tensioni sui mercati?

“Per la fine dell’anno sono possibili due scenari. Uno è quello in cui i mercati se ne stanno tranquilli. È possibile che nella seconda metà dell’anno potremmo avere qualche segnale di positivo con gli effetti un po’ del reddito di cittadinanza e di quota 100, che possono aumentare il livello del Pil. Si parla però di uno 0,2 nel terzo e nel quarto trimestre, che porterebbe la crescita a fine 2019 tra lo 0,1 e lo 0,2 per cento. Questo se i mercati stanno tranquilli e lo spread non aumenta”.

E il secondo scenario?

“Dipende da come sarà sciolto il nodo della manovra. A oggi non sappiamo come sarà risolta questa partita. Credo che da parte della Lega ci sia la tentazione di alzare il deficit per dare una spinta fiscale, ci sarà la tentazione di dire ‘non abbiamo osato abbastanza, ci siamo piegati all’Europa’. Insomma credo che qualcuno giocherà al lascia o raddoppia”.

Un gioco pericoloso?

“Il rischio è quello che lo spread ritorni su, di un’economia che non riesce a beneficiare dell’eventuale abbassamento della tassazione. Ma anche se i mercati se ne stanno tranquilli, temo che ci possa essere solo un effetto espansivo di breve periodo, un effetto temporaneo sul Pil ma non sul tasso di crescita permanente, che è ben altra cosa”.

Per tirare su la manovra i soldi a disposizione sono pochi, anzi tutti da trovare. Anche alla luce dei dati di oggi, la flat tax è un progetto da archiviare?

“Io credo che ovviamente sia utile tagliare le tasse e che sia utile farlo per i ceti medio-bassi, però questo taglio deve essere finanziato non prendendo i soldi a prestito. Perché se poi l’effetto è quello di far aumentare lo spread, allora quei soldi sono un taglio temporaneo. E allora poi bisognerebbe riaumentare le tasse perché i soldi presi a prestito vanno restituiti”.

In che punto va collocato il Paese? Siamo il rischio Italia di cui si parlava pochi mesi fa oppure il trend può essere invertito?

“Penso che guardando all’Italia, i mercati al momento pensano a un Paese che sta perdendo terreno, un Paese che cresce poco. A fine 2018 c’era la percezione che si andava verso la crisi del 2011, oggi la fase è più incerta ma i mercati cambiano idea velocemente”.

L’economia interna ha il tratto della sfiducia: consumi in calo, mood preoccupato e sfiduciato delle imprese, investimenti al palo. Il dato sull’occupazione sembra andare in direzione opposta: basta per invertire la rotta?

Gli occupati a giugno non sono aumentati. C’è stata la riduzione della disoccupazione perché si è ridotto il numero di chi cerca lavoro, a un certo punto qualcuno si è stufato di farlo”.

Come è stato possibile arrivare a questo scenario? Sono quindici mesi di fila che il Pil si aggira intorno allo zero.

“Il contesto internazionale non è favorevole. L’area euro ha fatto lo 0,2, rallentando dallo 0,4 e noi siamo passati dallo 0,1 a zero. Continuiamo a crescere meno dell’Europa, il problema è questo. Se fosse una gara di bici si potrebbe dire che noi perdiamo rispetto agli altri sia in salita che in discesa e anche nei tratti pianeggianti”.

Lo stato di salute di un’economia è determinata anche dai fattori interni, dalle scelte di un governo. La ricetta di Lega e 5 stelle è stata sbagliata?

“Non si sono fatte le cose che servono per far crescere l’Italia più dell’Europa perché questo dobbiamo fare per recuperare il gap. Il taglio della burocrazia non c’è stato: il decreto Concretezza della Bongiorno è poca roba. Serve una giustizia civile che funziona più velocemente, ma Lega e 5 stelle si stanno muovendo in modo controverso. E poi il taglio delle tasse che deve essere permanente, sostenibile, finanziato”.

https://www.huffingtonpost.it/entry/non ... 8c9784201f
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Re: L’Italia è ferma. Immobile allo stop e con il motore spe

Messaggioda franz il 01/08/2019, 8:31

Approfondimento sul calo della disoccupazione.
Nulla da festeggiare. Gli occupati non sono aumentati, anzi, ...
Sono aumentati gli inoccupati, quindi persone che prima cercavano lavoro, ora non lo cercano più.

https://phastidio.net/2019/07/31/perche ... ne-ottica/

PS: sta aumentando anche la cassa integrazione, in modo molto forte. E i cassaintegrati risultano occupati.
Vedremo l'effetto sui conti pubblici.
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Re: L’Italia è ferma. Immobile allo stop e con il motore spe

Messaggioda trilogy il 01/08/2019, 22:46

Un Paese, due facce. Perché ora rischiamo di essere retrocessi
di Dario Di Vico31 lug 2019

Ieri su Twitter ha conosciuto un discreto successo il commento del profilo satirico Vujadin Boskov che ha inquadrato il doppio dato Istat alla maniera dell’indimenticato allenatore blucerchiato: «Ma se disoccupazione scende e Pil è fermo, nuovi assunti sta tutti in tribuna». È solo una battuta e non va certo presa alla lettera ma le rilevazioni statistiche di ieri, più che alla solita intemerata politica, si prestano a tentare di capire dove sta andando l’economia italiana, caratterizzata da un Pil in piena stagnazione e un’occupazione a livelli alti. Che cosa sta accadendo? Per rispondere è bene partire individuando l’epicentro della stagnazione e purtroppo ciò rimanda alla manifattura, asset di eccellenza del nostro sistema-Paese. La fascia alta del sistema industriale viene da anni di inaspettati e clamorosi successi nell’export, nessuno all’inizio della Grande Crisi avrebbe mai scommesso sul fatto che ne saremmo usciti ridimensionati dal punto di vista quantitativo ma molto più internazionalizzati di prima. Quel traino non c’è più per via delle turbolenze commerciali legate alle politiche di Trump ma anche perché il nostro punto di riferimento, il sistema-Germania, si è inceppato. E non a caso a risentirne più di altri territori è la Lombardia manifatturiera, la regione di gran lunga più legata all’economia tedesca e largamente presente nell’importante catena del valore dell’automotive.

La nostra industria medio-grande è anche alle prese con una trasformazione digitale che procede a macchia di leopardo ma che si sta rivelando estremamente impegnativa per i gruppi dirigenti e sta mostrando un deficit di capitale umano sconfortante. Diverso è il tipo di sofferenza del sistema delle Pmi: i dati non segnalano una nuova selezione darwiniana dopo quella del 2008-15 ma il sistema va alla spicciolata. Chi riesce a tenersi agganciato ai grandi sistemi di fornitura ha guadato il fiume, chi è in grado di andare sui mercati esteri da solo viaggia a testa alta, chi invece è costretto nel recinto del mercato interno — la maggioranza — è davanti a un rompicapo per conciliare stasi dei consumi, concorrenza dei prodotti cinesi e l’esigenza (teorica) di migliorare la qualità delle produzioni. Tutti questi percorsi, sommati, non aiutano l’economia italiana a uscire dalla stagnazione, ma anzi segnalano rischi di retrocessione. Difendere settore per settore il vantaggio competitivo italiano in presenza di tante discontinuità tecnologiche e di mercato è una fatica di Sisifo, per i grandi e per i piccoli. Possiamo aggiungere anche che la propensione delle multinazionali a realizzare nuovi investimenti, della taglia di Lamborghini e Philips Morris, sembra essere scemata, vuoi per i problemi più generali dell’economia globale, vuoi anche per il clima non propriamente favorevole che si respira nella politica italiana.

L’Istat ci dice, però, che a fronte delle difficoltà della manifattura un contributo positivo arriva dall’occupazione e dai servizi. Nel primo caso si tratta però di un incremento fatto di part time involontario, sembrano aumentare le teste che lavorano ma non la somma delle ore. Siamo arrivati ai mini jobs senza averlo deciso e proliferano soprattutto nel terziario. Ma, ed è questa la domanda chiave, che tipo di terziario? Ad alta intensità di lavoro ma a basso valore aggiunto: potremmo chiamarlo un terziario mediterraneo fatto di tanta ristorazione fuori casa, affitti via Airbnb, servizi turistici low cost, minimarket, logistica e-commerce, occupazione stagionale, scivolamenti nel sommerso e, in aggiunta, posti statali. Sono in vista, infatti, perlomeno due stock di assunzioni pubbliche con i navigator e il personale docente della scuola.Se volessimo proiettare, pur senza esagerare, tutto ciò in chiave politica potremmo dire che questo modello mediterraneo assomiglia più a Di Maio e alla constituency 5 Stelle che a Salvini principe del Nord (per inciso la mini flat tax per le partite Iva non sta funzionando: -58 mila occupati autonomi in un solo mese). Complessivamente però il rischio che si intravede all’orizzonte riguarda l’intero sistema-Paese che assomiglia a un ascensore in discesa di un piano se non due. Perché la contraddizione tra un Pil stagnante e un’occupazione resiliente ha, purtroppo, un solo possibile esito: il primo che contagia la seconda.

Ps. In questa ricostruzione resta da spiegare Milano e il suo modello di terziario europeo. Ma ci sarà modo e luogo per discuterne.

fonte: https://www.corriere.it/economia/aziend ... 7159.shtml
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Re: L’Italia è ferma. Immobile allo stop e con il motore spe

Messaggioda franz il 02/08/2019, 9:02

«Ma se disoccupazione scende e Pil è fermo, nuovi assunti sta tutti in tribuna»

Una tribuna chiamata cassa integrazione.
Facendo due conti, in un mese di 22 giorni lavorativi equivalgono a 156'700 lavoratori in tribuna, che risultano occupati.
Ma non lo sono. realmente.

Qui il comunicato ufficiale INPS relativo a giugno 2019 https://www.inps.it/NuovoportaleINPS/de ... 93&lang=IT

Qui il focus (PDF) https://www.inps.it/docallegatiNP/Mig/A ... o_2019.pdf in cui si vede l'evoluzione dal 1980. Siamo lontani dal boom di ore registrato tra il 2009 ed il 2016 che causò una voragine nei conti pubblici ma ci stiamo avvicinando di nuovo. Questo report è da leggere, perché vi dice anche DOVE queste ore sono state autorizzate (anche per singola regione).

La pagina da tenere d'occhio è tuttavia questa: https://www.istat.it/it/congiuntura dove si vede che se non fosse per il contributo positivo delle esportazioni, il PIL sarebbe in territorio negativo (e sarebbe stato il terzo consecutivo).

A fine agosto l'aggiornamento.
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