
trilogy
2011-08-10
Il nodo del manifatturiero
Dani Rodrik, professore di economia politica internazionale all’Università di Harvard, è autore di The Globalization Paradox: Democracy and the Future of the World Economy.
CAMBRIDGE – Sicuramente viviamo in un’età post-industriale, in cui l’information technology, la biotecnologia e i servizi di alto valore sono diventati propulsori di crescita economica, ma i Paesi non si rendono conto che la salute delle loro industrie manifatturiere è in pericolo.
I servizi high-tech richiedono grandi abilità e creano pochi posti di lavoro; è per questo motivo che il loro contributo all’occupazione aggregata è assai limitato. Il manifatturiero, invece, può assorbire un ampio numero di lavoratori con competenze moderate, fornendo così un’occupazione stabile e buoni benefici. Per la maggior parte dei Paesi rappresenta quindi una potente risorsa di impiego in grado di garantire un alto salario.
In effetti, il manifatturiero è il settore in cui prendono forma e crescono i ceti medi del mondo. Senza una vibrante base manifatturiera, le società tendono a dividersi tra ricchi e poveri, ossia tra coloro che hanno accesso a posti di lavoro stabili e ben pagati e coloro che hanno posti di lavoro meno sicuri e vivono nella precarietà. Forse il manifatturiero riveste un ruolo cruciale nel mantenere in una nazione la forza della democrazia.
Gli Stati Uniti hanno sperimentato una costante deindustrializzazione negli ultimi decenni, in parte dovuta alla competizione globale e in parte ai cambiamenti tecnologici. Dal 1990 la percentuale di occupati nel manifatturiero è scesa di quasi quattro punti percentuali. Ciò non sarebbe stato necessariamente un dato negativo se la produttività lavorativa e gli utili non fossero stati sostanzialmente più alti nel manifatturiero (ben il 75%) che nel resto dell’economia.
Sono diversi i settori collegati ai servizi che hanno assorbito i lavoratori passati dal manifatturiero. Per quanto riguarda i settori più specializzati, finanza, assicurazioni e servizi per le imprese registrano complessivamente livelli di produttività simili al manifatturiero. Questi settori hanno creato nuovi posti di lavoro, ma in numero limitato – e comunque prima che scoppiasse la crisi finanziaria nel 2008.
La maggior parte dei nuovi posti di lavoro rientra nei “servizi personali e sociali”, che corrispondono ai posti di lavoro meno produttivi dell’economia. In America questa migrazione di posti verso un basso livello della scala di produttività toglie, ogni anno dal 1990, alla crescita produttiva una percentuale dello 0,3, che corrisponde a un sesto della produttività registrata in questo periodo. La crescente proporzione di lavoro a bassa produttività ha altresì favorito l’aumento dei livelli di diseguaglianza nella società americana.
In America la perdita di posti di lavoro nel manifatturiero ha subito un’accelerazione dopo il 2000, che ha messo sul banco degli imputati la competizione globale. Come ha dimostrato Maggie McMillan dell’International Food Policy Research Institute, esiste una strana correlazione negativa nei singoli settori del manifatturiero tra i cambiamenti sul fronte occupazionale registrati in Cina e quelli registrati negli Usa. Laddove la Cina si è espansa maggiormente, gli Usa hanno perso il maggior numero di posti di lavoro. Nei pochi settori in cui la Cina ha evidenziato una contrazione, gli Usa hanno guadagnato terreno.
In Gran Bretagna, dove il declino del manifatturiero sembra essere stato perseguito dai Conservatori, a partire da Margaret Thatcher arrivando fino a David Cameron, i numeri sono ancor più preoccupanti. Tra il 1990 e il 2005, la percentuale di occupazione totale del settore è scesa di oltre sette punti percentuali. La ricollocazione dei lavoratori verso impieghi meno produttivi legati al terziario è costata all’economia britannica 0,5 punti di crescita produttiva ogni anno, ossia un quarto della produttività totale registrata nel periodo.
Per i paesi in via di sviluppo, la questione del manifatturiero assume un’enorme importanza. Di solito, il gap tra la produttività e il resto dell’economia è più ampio. Quando decolla, il manifatturiero crea milioni di posti di lavoro per i lavoratori non qualificati – donne perlopiù – che sono stati impiegati in precedenza nell’agricoltura o in servizi di minor importanza. L’industrializzazione è stata la forza trainante della rapida crescita registrata nel Sud Europa durante gli anni 50 e 60, e nell’Est e Sudest asiatico dagli anni 60.
L’India, che ha recentemente replicato i tassi di crescita cinesi, è riuscita a sostenere il trend puntando su software, call center e altri servizi per le imprese. E così alcuni hanno pensato che l’India (e forse altri paesi) fosse in grado di raggiungere la crescita intraprendendo un percorso diverso, trainato dai servizi.
Ma la debolezza del manifatturiero rappresenta un freno per la generale performance economica dell’India e minaccia la sostenibilità della sua crescita. In India i settori orientati ai servizi ad elevata produttività impiegano lavoratori altamente istruiti. Infine, l’economia indiana dovrà creare posti di lavoro produttivi per tutti quei lavoratori con scarse qualifiche di cui è ampiamente dotata. Gran parte di quell’occupazione dovrà arrivare dal manifatturiero.
Per i paesi in via di sviluppo, l’espansione dell’industria manifatturiera garantisce non solo una migliore distribuzione delle risorse ma anche maggiori guadagni nel tempo. Questo accade perché la maggior parte dei settori legati al manifatturiero sono ciò che si potrebbero definire “escalator activities”: una volta che un’economia trova un appiglio in un settore, la produttività tende a cresce rapidamente verso la frontiera tecnologica di quel settore.
Nelle mie ricerche ho riscontrato che i singoli settori manifatturieri, come le parti dell’automobile o i macchinari, esibiscono ciò che gli economisti chiamano “convergenza incondizionata”, una tendenza automatica a colmare il gap con i livelli di produttività dei paesi avanzati, che si contrappone alla “convergenza condizionata” tipica del resto dell’economia, in cui la crescita della produttività non è garantita e dipende dalle politiche e dalle circostanze esterne.
Un errore tipico nel valutare la performance del manifatturiero è osservare solamente l’output o la produttività senza esaminare la creazione di posti di lavoro. In America Latina, ad esempio, la produttività manifatturiera cresce a un ritmo smisurato da quando la regione si è liberalizzata e si è aperta al commercio internazionale. Tali risultati sono però arrivati a scapito, e per certi versi anche a causa, della razionalizzazione del settore e delle riduzioni sul fronte occupazionale. I lavoratori in esubero sono finiti in attività che hanno registrato risultati negativi, come il settore informale, provocando una stagnazione della produttività a livello economico, nonostante le impressionanti performance dell’industria manifatturiera.
Anche le economie asiatiche si sono aperte, ma i policymaker hanno rivolto maggiore attenzione ai settori collegati al manifatturiero. Fatto ancora più importante, hanno mantenuto competitive le valute, garantendo ai produttori profitti elevati. L’occupazione nel settore manifatturiero ha registrato un incremento (come percentuale dell’occupazione totale) anche in India, grazie a una crescita trainata dai servizi.
Quando le economie si sviluppano e si arricchiscono, il manifatturiero – “l’arte di creare oggetti” – assume inevitabilmente minore importanza. Ma se ciò accadesse con una rapidità maggiore rispetto alle possibilità offerte ai lavoratori per acquisire competenze avanzate, il risultato potrebbe comportare un pericoloso squilibrio tra la struttura produttiva di un’economia e la sua forza lavoro. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti in diversi Paesi del mondo: performance economiche negative, diseguaglianza dilagante e divisione politica.
Copyright: Project Syndicate, 2011.
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Traduzione di Simona Polverino