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A Palermo

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Messaggioda flaviomob il 30/09/2011, 10:32

Eppur bisogna andar

Palermo, il salone valdese è strapieno per l'iniziativa di un gruppo di associazioni che cercano di rianimare la vita politica della città. Ci sono gli onorevoli dell'Ars, ci sono i consiglieri della città, c'è Ottavio Navarra con i promotori di Per Palermo è ora.

Ci sono le primarie, richieste a gran voce, per ridare speranza alla città, dopo gli anni interminabili della destra. Ci sono giovani attivisti e vecchie glorie. Ci sono anche le Forchette rotte, che cercano di ridimensionare i privilegi della casta siciliana, con tutta probabilità la più sontuosa del mondo occidentale. Ci sono quelli che discutono di Lombardo, con toni molto critici, fortunatamente, e che si sorprendono del fatto che a livello nazionale se ne parli così poco (in realtà se ne parla, eccome, essendo quella siciliana questione immediatamente nazionale, anche se si fa finta di niente).

C'è voglia di muoversi, ci sono gli indignados, c'è la rete, c'è il politichese di sempre, ci sono tutti gli ingredienti di questa strana stagione italiana, dove la politica sembra rimasta essere fuori dal Palazzo. Come in quel film, che si chiama Blow (perché è tutto un soffiare, di questi tempi) in cui alla fine il protagonista dice: «è sempre l'ultimo giorno d'estate e io sono rimasto fuori al freddo senza una porta per rientrare». Una porta a vetri, da cui si vede quello che accade dentro. Ma se si bussa, rispondono in pochi. E sono parecchio evasivi.

Siamo davvero in un momento curioso, in cui si intrecciano temi apparentemente lontanissimi, in questo crogiolo di partecipazione e di frustrazione, di rifiuto della politica che porta con sé una straordinaria richiesta di politica. Un momento in cui è difficile parlare di fermarsi a fare proposte, perché tutto è insieme così veloce e così immobile, che sembra di ruotare su se stessi.

La chiave, per me, per inquadrare tutto questo è la distanza. La distanza tra le generazioni, tra i livelli di reddito, tra i cittadini e i loro rappresentanti, tra le parole che usiamo in piazza e quelle che ci scambiamo nelle stanze della politica. Ci vorrebbe qualcuno che si assumesse una funzione mercuriale, che si muovesse tra queste dimensioni diverse, che trovasse le parole, che cercasse di interpretare tutto questo riducendo la distanza. Facendosi prossimo. E cioè vicino. E però capace di raccontare cosa succederà d'ora in poi.

«Che tu possa avere sempre il vento in poppa, che il sole ti risplenda in viso e che il vento del destino ti porti in alto a danzare con le stelle»: ancora Blow. E anche dalla Sicilia, la festa è finita, le forchette sono rotte, eppur bisogna andar.

(da Pippo Civati, facebook)


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