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Il caso ILVA di Taranto

Dall'innovazione tecnologica alla ricerca, vogliamo trattare in particolar modo i temi legati all'ambiente ed alla energia, non solo pero' con uno sguardo puramente tecnico ma anche con quello politico, piu' ampio, di respiro strategico

Il caso ILVA di Taranto

Messaggioda franz il 27/07/2012, 14:47

la questione dell'acciaieria di taranto
Ilva, migliaia di operai in assemblea

sciopero ad oltranza, blocchi stradali
Il giorno dopo il sequestro di sei impianti del siderurgico
Decine le manifestazioni, presidiati gli ingressi della città


TARANTO - È stato confermato lo sciopero ad oltranza nell'assemblea dei lavoratori che si è conclusa poco fa all'interno dello stabilimento Ilva di Taranto. I sindacati hanno sottolineato nei loro interventi la necessità di sollecitare un intervento del presidente Mario Monti sulla vicenda. I lavoratori hanno inoltre confermato la necessità di presidiare tutti gli ingressi nella città di Taranto.

CITTA' IN TILT - I blocchi stradali organizzati dai lavoratori dell'Ilva stanno provocando notevoli disagi al trasporto pubblico locale. Ci sono presidi di operai in via Cesare Battisti, via Magnaghi, ponte girevole, porta Napoli. In particolare, secondo una nota dell'Amat, i bus delle linee che fanno capo all'ipermercato Auchan sono rimasti fermi per l'impossibilità di riprendere la marcia e i bus in arrivo da Talsano sono stati costretti a fermarsi in via Magnaghi. I mezzi in partenza dal rione Tamburi ora fanno capolinea al piazzale della stazione ferroviaria e tornano indietro, mentre per i bus in partenza dal capolinea del porto mercantile, non potendo superare il ponte girevole, è stato predisposto il nuovo punto di partenza al Lungomare. Infine, i bus della linea 3 partono dal deposito dell'Amat, in via Cesare Battisti, percorrendo viale Magna Grecia-Dante-Margherita-Unicef-deposito. «L'Amat - aggiunge la nota - sta effettuando ogni sforzo per garantire la mobilità ai cittadini, ma tenendo conto dei blocchi e delle deviazioni imposte, il servizio è in sostanza ridotto al 50 per cento. Inoltre, sempre a causa dei blocchi, sono stati numerosi anche i conducenti impossibilitati a raggiungere il posto di lavoro al deposito di via Cesare Battisti».

BLOCCHI SULLA STATALE - Ci sono blocchi anche sulla statale 100 Taranto-Bari, la statale 106 jonica, la strada Taranto-Statte. Le forze dell'ordine sono impegnate a deviare il traffico su strade secondarie.

GLI OPERAI ILVA - «In Italia le bonifiche non vengono fatte da oltre 12 anni e a Taranto da 50 anni. È giusto che Taranto sia risanata, ma è giusto anche che l'Ilva continui a produrre. Non c'è futuro senza questa fabbrica». È lo sfogo di uno dei lavoratori dell'Ilva che stanno scioperando per il sequestro degli impianti dell'area a caldo e manifestando con numerosi blocchi stradali. «Siamo tutti qui - commenta un altro operaio - a testimoniare la nostra disperazione. Se l'Ilva chiude come faremo, come daremo da mangiare alle nostre famiglie? Siamo ingegneri, tecnici, operai: non c'è distinzione di figure professionali. Siamo tutti nella stessa situazione. Se per loro mandare per strada tutte queste persone è una cosa giusta, io non lo so». Molti lavoratori non sono tornati a casa e la notte scorsa hanno dormito per strada. «Il posto di lavoro è la prima cosa, ma si possono conciliare occupazione, ambiente e diritto alla salutè, dice un altro manifestante. E un suo collega aggiunge: »Siamo indignati. Pensiamo che non sia corretto quello che sta avvenendo in questo momento verso i lavoratori, verso un'azienda che nel corso degli anni ha fatto passi da gigante rispetto a quella che era la gestione precedente».

Redazione online 27 luglio 2012 www.corriere.it
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Re: Il caso ILVA di Taranto

Messaggioda ranvit il 27/07/2012, 15:56

Ho sentito poco fa le dichiarazioni del ministro Clini che sostanzialmente dice: se la Magistratura ha elementi per dire che c'è un pericolo attuale forte e non conosciuto prima, Ok. Viceversa se il pericolo è quello di sempre cui già l'estate scorsa Governo, Regione e Azienda concordarono una serie di miglioramenti agli impianti per adeguarli agli std europei....allora lo stabilimento va dissequestrato, il lavoro deve riprendere sia per il dramma dei lavoratori, sia perchè in questo momento di cosi' grande difficoltà per il Paese non ci possiamo permettere di distruggere uno dei nostri piu' importanti siti industriali.

Parole chiare del ministro.
Catastrofismo ingiustificato per protagonismo da parte della Magistratura?
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Re: Il caso ILVA di Taranto

Messaggioda ranvit il 27/07/2012, 17:54

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/ ... d=AbJ4OgEG


Il Cdm esamina il caso Ilva: accordi per la bonifica nei prossimi giorni


Il Consiglio ha esaminato la questione relativa alle misure urgenti per la bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione territoriale di Taranto. Il ministro dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare ha illustrato i contenuti del protocollo d'intesa sottoscritto il 26 luglio tra i ministeri dell'Ambiente, dello Sviluppo economico, della Coesione territoriale, la regione Puglia, la provincia e il Comune di Taranto e il Commissario straordinario del porto di Taranto.


Il 3 agosto la parola al Tribunale del Riesame
Si terrà il 3 agosto il Tribunale del Riesame per decidere in merito al ricorso presentato dai legali dell'Ilva in merito alle misure relative alle persone arrestate e al sequestro degli impianti decise dal gip di Taranto, Patrizia Todisco. All'Iva di Taranto, infatti, sono stati appostii sigilli: sotto sequestro sei reparti a caldo dell'acciaieria. Ordine di custodia ai domiciliari per 8 dirigenti, tra cui Emilio Riva e il figlio Nicola.


Gli obiettivi del protocollo – tra i quali rientrano lo sviluppo di interventi infrastrutturali di bonifica, gli incentivi alle imprese locali e la riqualificazione industriale dell'area – verranno realizzati nelle prossime settimane attraverso appositi accordi e sotto la guida di un Comitato di Sottoscrittori e di una cabina di regia coordinata e gestita dalla Regione Puglia. Lo stanziamento complessivo previsto dal protocollo è di 336.668.320 euro, di cui 329.468.000 di parte pubblica e 7.200.000 di parte privata.

Confindustria Puglia: il 50% dell'export della regioone viene dall'Ilva
«L'export della regione Puglia nel 2011 ha fatto segnare, record in Italia, una crescita del 19 per cento. E di questo export un buon 50% è rappresentato dall'Ilva e dal suo indotto. Stiamo parlando quindi di un valore straordinario per l'economia. E quindi si deve costruire un percorso condiviso tra le parti che risolvi la situazione e porti a un cambiamento di
rotta positivo. E lo Stato deve fare la sua parte». È preoccupato Angelo
Bozzetto, presidente di Confindustria Puglia, che, in un'intervista a Labitalia, fa il punto sull'incandescente situazione dell'Ilva di Taranto, e sugli effetti che la chiusura dell'impianto potrebbe avere sull'economia regionale. «È una situazione - ribadisce Bozzetto - davvero non facile, un momento di gravissima difficoltà: non entro nel merito del
provvedimento della magistratura, che è stato emesso nella propria legittimità, ma l'azienda rappresenta un nodo centrale non solo per l'economia di Taranto, ma di tutta la Puglia e anche dell'intero Paese».
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Re: Il caso ILVA di Taranto

Messaggioda ranvit il 27/07/2012, 17:56

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/ ... d=AbN5bUEG

Il conto che paga l'Italia

di Paolo Bricco

L'Ilva di Taranto è una roccaforte della nostra manifattura. Se cade, l'Italia industriale zoppica. Per dimensione si tratta di una delle maggiori fabbriche europee.

Gli investimenti tecnologici concentrati a Taranto sono usciti dalla classica organizzazione industriale verticale e hanno fecondato il tessuto produttivo di questo pezzo del Paese, favorendo un indotto in cui le imprese locali sono passate dall'erogazione di semplici servizi all'acciaieria alla presenza sui mercati globali.
Un gioiello hi-tech in grado di creare nuova imprenditorialità nel terziario industriale. Dall'economia pubblica (l'antica origine) al capitalismo privato di uno degli ultimi grandi gruppi imprenditoriali italiani (la stretta attualità), fino alle Pmi di nuova generazione (il futuro). A Taranto c'è veramente la nostra storia. Tutto questo non è poco.

La salute e la vita delle persone, sia chiaro, sono al primo posto, sono un valore assoluto. E non è in discussione il rispetto per il lavoro della magistratura. Nessuno pensa che le ragioni dell'economia debbano prevalere sulla dimensione umana, per carità. Né che esista un diritto a non essere giudicati di chi fa impresa, se commette degli errori. Anzi, su questo punto occorre fare chiarezza fino in fondo e dire in modo incontrovertibile come stanno davvero le cose. Nella complessa vicenda dell'Ilva, però, negli ultimi anni la famiglia Riva ha compiuto scelte di ammodernamento degli impianti e di tutela dell'ambiente. Non sono state sufficienti? Bisogna fare di più? Benissimo.

I nuovi investimenti andranno ad arricchire una cultura industriale che ha nel suo dna il lavoro, la professionalità, le innovazioni di processo, l'efficienza fordista, lo spirito imprenditoriale di chi incomincia da dipendente a operare nel ristretto perimetro di una grande fabbrica e, poi, si accorge che, là fuori, esiste un mondo dove confrontarsi come piccolo imprenditore. Taranto, insomma, specchio dell'Italia.
Questa cultura industriale non va colpita al cuore. La fabbrica non si deve fermare. Esiste un diritto alla vita dell'impresa, inteso come organismo complesso e delicato, che va rispettato. Il sequestro e il blocco delle lavorazioni non lo fanno. I sigilli posti ieri viaggiano con gli automatismi e i tempi tipici della magistratura. È naturale.

Ma non tengono ad esempio conto che il Governo, su Taranto, ha appena firmato un patto per le bonifiche ambientali, che appare coerente con gli investimenti fatti dal gruppo Riva. Le decisioni della magistratura vanno sempre rispettate, soprattutto quando sono originate dalla tutela della salute e dell'ambiente. Possono però essere criticate se, come un pugno, colpiscono al cuore una intera comunità, fatta di imprenditori e manager, impiegati e operai. E non è un caso che tutta Taranto, in questi giorni e nelle ultime ore, abbia mostrato preoccupazione per il futuro delle sue famiglie e dei suoi figli. L'Ilva, con le lingue di fuoco che salgono nella notte dalle ciminiere, non è un nemico da abbattere nell'immaginario di Taranto. È un patrimonio da tutelare.

Come, da tutelare, c'è anche il posizionamento strategico del nostro Paese sul mercato dei capitali destinati agli investimenti produttivi. Gli arresti domiciliari alla proprietà e al management sono soluzioni durissime. Nessuno vuole metterne in dubbio la legittimità giuridica. Quali effetti sostanziali possono però avere nella percezione di chi, italiano o straniero, vorrebbe fare impresa da noi? Non c'è il rischio che la via giudiziaria ai problemi economici fornisca un ulteriore elemento di dissuasione a chi potrebbe investire qui i suoi capitali? Se l'Ilva a Taranto chiudesse, in questa parte del Sud si formerebbe un cratere pieno di incognite sociali ed economiche. Che, però, con la sua forza concreta e simbolica, potrebbe presto trasformarsi in un piccolo buco nero in grado di inghiottire pezzi interi della manifattura italiana e del nostro futuro.
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Re: Il caso ILVA di Taranto

Messaggioda pianogrande il 28/07/2012, 0:00

Non c'è il rischio che la via giudiziaria ai problemi economici fornisca un ulteriore elemento di dissuasione a chi potrebbe investire qui i suoi capitali? Se l'Ilva a Taranto chiudesse, in questa parte del Sud si formerebbe un cratere pieno di incognite sociali ed economiche. Che, però, con la sua forza concreta e simbolica, potrebbe presto trasformarsi in un piccolo buco nero in grado di inghiottire pezzi interi della manifattura italiana e del nostro futuro.


Quello che è grave (anzi gravissimo) è che si muova qualcosa solo quando interviene la magistratura.
Non ci dovrebbe essere bisogno della magistratura se i comportamenti fossero corretti e legali.
La magistratura interviene quando viene violata la legge.
Anzi, quando c'è solo il sospetto che sia stata violata la legge.

La via giudiziaria alla legalità non ai problemi economici.

Una volta si parlava (in termini molto più pragmatici) di ricatto occupazionale.

La domanda è: è stata violata la legge?

Tutto il resto viene dopo (ma sarebbe dovuto arrivare prima).
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Re: Il caso ILVA di Taranto

Messaggioda franz il 28/07/2012, 8:49

pianogrande ha scritto:Non ci dovrebbe essere bisogno della magistratura se i comportamenti fossero corretti e legali.
La magistratura interviene quando viene violata la legge.
Anzi, quando c'è solo il sospetto che sia stata violata la legge.

Corretto ma ... c'è sempre un "ma".
L'azione della magistratura deve essere in qualche modo commisurata alla gravità della violazione.
Sequestrare uno stabilimento siderurgico è cosa "fuori di testa" (ed infatti non è ancora fisicamente stato fatto, è stato solo ordinato) perché significa bloccare la produzione e spegnere gli altiforni. Se la produzione viene bloccata, l'altforno non puo' continuare a produrre acciaio e deve essere spento. Ma un altoforno a ciclo continuo, mi spiegavano tanti anni fa in Italisider a Genova, non puo' esssere spento. Quando si raffredda il contenuto, è da buttare tutto l'impianto. Va fatto saltare con la dinamite e ricostruito. Non so se la tecnologia dei 5 altiforni di Taranto preveda uno stop and go o se, come temo, la fermata totale dell'impianto sia distruttiva per i forni stessi ma il fatto stesso che l'ordine di sequestro (sigilli e implicito spegnimento) non sia stato ancora eseguito mi fa pensare che l'operazione sia estremamente delicata, non certo come girare una chiave. Probabilmente il sistema dovrà andare "al minino" e quindi una certa presenza umana, incompatibile con sequestro e sigilli, dovrà esserci. In questo senso ritengo che l'ordine di sequestro degli impianti sia spropositato rispetto a violazioni che devono ancora essere accertate (visto che è un processo che lo stabilirà).
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Re: Il caso ILVA di Taranto

Messaggioda pianogrande il 28/07/2012, 9:59

Allora:
Gli altiforni non possono essere spenti.
La magistratura stia zitta e buona.
L'inquinamento sembrerebbe proprio che ci sia (bastano le analisi ed altre rilevazioni tecnico scientifiche che per dare i loro risultati non hanno bisogno dell'esame della corte d'appello e della cassazione e del TAR e del consiglio di stato della corte costituzionale .......)
Che si fa?
Ci teniamo il mare nero e spumeggiante ed i tumori in nome degli altiforni (ed alti papaveri) o facciamo qualcosa (magari di ragionevole ma qualcosa)?
Il problema resta quello della resistenza passiva della politica e della imprenditoria fino a quando la situazione diventa insostenibile.
Gli stessi lavoratori che oggi reclamano le bonifiche non hanno la coscienza a posto visto che le bonifiche si potevano reclamare molto prima.
La magistratura sarà anche fuori di testa ma qualcuno che dica basta mai?
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Re: Il caso ILVA di Taranto

Messaggioda Iafran il 28/07/2012, 10:46

pianogrande ha scritto:Gli stessi lavoratori che oggi reclamano le bonifiche non hanno la coscienza a posto visto che le bonifiche si potevano reclamare molto prima.

... Dovevano "prepararsi" a vivere fuori delle "caverne" ...
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Re: Il caso ILVA di Taranto

Messaggioda ranvit il 28/07/2012, 11:45

Confermo: un altoforno non puo' essere spento "da oggi a domani".

Credo che troveranno il modo di far andare avanti l'impianto, mettendo in sicurezza (per quanto possibile: cioe' secondo le norme internazionali).

Non c'è altra soluzione.
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Re: Il caso ILVA di Taranto

Messaggioda ranvit il 28/07/2012, 12:05

Non capisco il titolo ma condivido totalmente il contenuto.


http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/ ... 1049.shtml

Non basta essere come i tedeschi

di Alberto Orioli

Un caso Ilva sarebbe mai sorto in Germania o in Francia? La domanda è retorica e la risposta scontata. Nessuno dei Paesi avanzati si sarebbe mai messo nella triste condizione di dover scegliere tra diritto alla salute e diritto al lavoro in modo così draconiano come impone oggi la decisione del giudice di Taranto che ha posto sotto sequestro l'area a caldo dell'Ilva.

E ancora più assurdo e autolesionista sarebbe se quel diktat si estendesse ad altri siti mettendo a rischio un intero polo industriale vanto del Mezzogiorno.

Berlino e Parigi mai avrebbero tollerato il bivio-tranello tra salute e lavoro che già altre volte nella storia dell'industria ha cercato composizioni razionali e di buonsenso. Tanto più se quell'aut aut cadesse, come avviene purtroppo. in un territorio dove la disoccupazione colpisce più di un giovane su tre, in un Paese dove il tasso di disoccupazione torna vicino al 10% e dove la recessione protrae la sua ombra nera anche sul 2013.

L'opportunità è essa stessa componente dell'applicazione di un diritto: e l'inopportunità di "sequestrare" un intero impianto strategico per vertenze, in gran parte, superate dagli investimenti effettuati per la bonifica delle emissioni è lampante. Da 800 grammi all'anno di disossina riscontrati nel '94 si è scesi a 3,5, come accade in Francia o in Germania per impianti simili. Gli operai che stanno mettendo a ferro e fuoco la città per chiedere di non perdere il lavoro per primi sanno che l'industria pesante non è un pranzo di gala. La new economy e il suo edificante soft power non c'entrano. A Taranto opera la siderurgia con tutto il clangore della manifattura che, però, rende l'Italia il secondo Paese manifatturiero d'Europa e il quinto-sesto del mondo.

È evidente che il completamento della messa a norma dell'impianto dovrà essere il più rapido possibile ma sapendo che le norme sono state modificate più volte e che i protocolli ambientali sono "materia dinamica" che mal si adatta ai diktat e soprattutto alle chiusure.

Taranto ha fatto una scelta consapevole di sviluppo industriale quando nel '59 ha deciso di abbattere 20mila ulivi per creare il perimetro dell'impianto; ed era l'industria di Stato a chiedere quel sacrificio. Ed è con lo Stato padrone che si è raggiunto il picco massimo di inquinamento. Negli ultimi quattro anni il gruppo Riva, che ora controlla il polo siderurgico tarantino, ha investito un miliardo nel miglioramento ambientale dell'impianto. Altri 336 milioni saranno stanziati da un protocollo Stato-enti locali-azienda per un ulteriore miglioramento della bonifica dell'area. Il Sole 24 Ore ha già più volte detto che nessuno chiede di non indagare eventuali responsabilità, ma di non farlo con provvedimenti di blocco e sequestro inutilmente autolesionisti, e considerando anche eventuali responsabilità collettive nella gestione delle bonifiche.

È auspicabile che il riesame atteso per l'3 agosto esca dalla logica manichea che ha indotto il Gip al sequestro e tenga conto dello sforzo in atto per rendere migliore la salubrità del ciclo di lavorazione. Ed è la stessa Regione, retta da un politico come Niki Vendola che fa della sostenibilità la sua cifra di governo, a suggerire un approccio graduale e di buonsenso dopo avere definito i nuovi standard di tollerabilità. Invece finora il buonsenso sembra far difetto a questo assurdo braccio di ferro il cui unico esito sembra essere un vero cupio dissolvi per una città che finora si era salvata dai morsi della crisi globale proprio grazie al buon andamento dello stabilimento Ilva, uno dei più grandi e apprezzati d'Europa. Ora sono in 15mila a temere per il lavoro e altre migliaia nell'indotto; una intera regione vede minata la sua stessa economia dato che il 50% dell'export regionale viene dallo stabilimento chiuso.

Sarebbe un ben strano Paese quello in cui la bandiera del codicillo e di un diritto alla salute che toglie il diritto al lavoro sventolasse, alla fine, su un cumulo di macerie, cimitero ideale per le danze macabre che i mercati, come streghe di Macbeth, non vedono l'ora di ballare sul corpo di un'Italia già ferita e vulnerabile.
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