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Mentre fa noi discute di altro, si muore di malasanità

Dall'innovazione tecnologica alla ricerca, vogliamo trattare in particolar modo i temi legati all'ambiente ed alla energia, non solo pero' con uno sguardo puramente tecnico ma anche con quello politico, piu' ampio, di respiro strategico

Così avete fatto morire mia moglie

Messaggioda franz il 23/10/2009, 8:30

Legnano, per i sanitari era una normale colica renale,
in realtà era un cancro. Un calvario lungo quattro anni

Manda un video shock in ospedale
"Così avete fatto morire mia moglie"

"Adesso abbiate il coraggio di guardare queste immagini"
di LAURA ASNAGHI

MILANO - Ha filmato gli ultimi giorni di vita di sua moglie e poi ha mandato il video ai medici che avevano sbagliato la diagnosi. "E adesso abbiate il coraggio di guardare queste immagini". È un video shock quello realizzato da Daniele Truzzi, il marito di Piera Nebuloni, una donna di 47 anni, morta il 3 ottobre per un devastante cancro al rene, dopo un calvario di 4 anni, iniziato nel 2005, con una diagnosi errata.

Quella che i medici dell'ospedale di Legnano avevano liquidato come una normale colica renale, era in realtà, la spia di un male che aveva già messo radici profonde. E così nel video realizzato dal marito si vede prima l'immagine felice della famiglia Truzzi, lui e lei sorridenti, con il figlio appena nato che, oggi, ha 15 anni ed è un campione di nuoto. Poi il quadretto di famiglia felice sfuma verso le immagini drammatiche di lei sempre più debole e segnata dalla malattia, di lei che zoppica e si fa imboccare dal marito perché non ha più neanche la forza di mangiare da sola. "Mia moglie non c'è più ed è morta tra grandi sofferenze - dice Daniele Truzzi - io l'ho persa per sempre ma loro, i medici, sono ancora lì a lavorare tra i malati ed è giusto che riflettano su quello che hanno fatto".

L'odissea della moglie di Daniele Truzzi è iniziata nell'aprile del 2005. Lei sta male, ha una colica renale e viene ricoverata nel reparto di urologia dell'ospedale di Legnano. Le fanno gli esami, la curano e dopo una settimana di degenza la dimettono. Tutto sembra a posto ma venti mesi dopo, il 26 dicembre 2006, Piera Nebuloni ha un tracollo, cade nel garage di casa e il femore destro le va in frantumi. "Una cosa strana per una donna di soli 43 anni, a quell'età l'osteoporosi non c'entra - racconta il marito - così ho portato mia moglie al pronto soccorso dell'ospedale di Legnano e lì, dopo la Tac, hanno capito che la situazione era grave e ci hanno consigliato di rivolgerci al centro ortopedico del Pini di Milano". Ed è proprio in questo ospedale che viene a galla la verità. "Con una ecografia all'addome, fatta il 9 gennaio 2007, si scopre che mia moglie non solo ha un grosso tumore al rene destro ma una metastasi ha intaccato il femore distruggendolo" ricorda Daniele Truzzi che, nonostante lo shock per la tremenda diagnosi, non si perde d'animo e cerca di capire perché i medici di Legnano non s'erano accorti di nulla.

Così richiede la cartella clinica del primo ricovero, che contiene una copia dell'urografia effettuata nei giorni di degenza. "Ho fatto analizzare quell'urografia a due periti - spiega il marito - il primo ha detto che il tumore poteva già essere individuato e il secondo ha evidenziato che il cancro, dal 2005 al 2007, si era sviluppato a tal punto da ridurre la possibilità di sopravvivenza di mia moglie da un 70-80 per cento a un 8-10 per cento. Lei, poi ha subito due grossi interventi: uno, al Pini, per l'impianto della protesi di femore, e un altro all'Istituto dei tumori, per l'asportazione del rene malato". Sulla base delle perizie effettuale dai tecnici, Daniele Truzzi ha avviato, insieme al suo avvocato Monica Vavassori, una prima causa per la messa in mora dell'ospedale e poi, nel giugno di quest'anno, ha fatto anche una causa civile all'ospedale.

"Ho fatto tutto quello che dovevo fare per rendere giustizia a mia moglie - spiega - ma nelle ultime settimane della sua vita, quando lei stava malissimo, ho deciso di filmarla, per documentare una tragedia che forse si poteva evitare".

Una tragedia che ora è finita su un video recapitato ai medici. "Lasciamo che la giustizia faccia il suo corso, sarà il tribunale a dire se hanno sbagliato - spiega Carla Dotti, il direttore generale dell'ospedale - mi sono interessata a questo caso molto doloroso, ho incontrato la signora e suo marito, gli siamo stati vicini. Purtroppo certe malattie sono subdole".

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Re: Mentre fa noi discute di altro, si muore di malasanità

Messaggioda franz il 05/12/2009, 17:40

Partorisce su una sedia dell'ospedale
la bambina muore per un'infezione

L'ennesimo caso di malasanità al "Barone Lombardo" di Canicattì. La piccola è deceduta una settimana dopo la nascita. La procura di Agrigento ha aperto un'inchiesta


Partorisce su una sedia dell'ospedale
la figlia muore per un'infezione
La nascita è avvenuta all'ospedale di Canicattì. Indagano i pm di Agrigento
di Romina Marceca

PALERMO - Muore per un'infezione addominale a una settimana dalla nascita. La Procura di Agrigento apre un´inchiesta sul decesso di una neonata romena, nata nell´ospedale Barone Lombardo di Canicattì. La piccola è morta in seguito a una setticemia l´altra notte all´ospedale dei Bambini di Palermo, dove è arrivata in gravi condizioni nella serata di martedì scorso. La famiglia ha sporto denuncia contro l´ospedale di Canicattì ipotizzando un comportamento negligente da parte dei medici. In un primo momento è stata informata la Procura di Palermo, ma poi il caso, per competenza territoriale, è passato alla Procura di Agrigento. A coordinare l´inchiesta è il pm Michela Francorsi, che ha disposto l´autopsia e il sequestro delle cartelle cliniche.

I genitori, entrambi disoccupati e residenti a Camastra, non escludono che l´infezione sia legata anche al momento del parto. La madre, una ragazza di 24 anni, ha partorito il 27 novembre su una sedia del corridoio del reparto di maternità dell´ospedale di Canicattì. «Abbiamo suonato per mezz´ora alla porta del reparto - racconta Valentin Paun, il padre ventitreenne della bambina - ma non ha risposto nessuno. Solo quando già la piccola era nata e mia moglie si è abbandonata sulla sedia, si è presentata una donna che ha tagliato il cordone ombelicale e mia moglie è stata trasferita in reparto».

Nonostante la nascita turbolenta, madre e bambina, si riprendono velocemente. Tanto che, il 29 novembre, entrambe vengono dimesse dall´ospedale: i medici dichiarano che tutto va per il meglio. Il primo dicembre la bambina, che i genitori avevano chiamato Denisa, viene sottoposta al controllo di routine neonatale. Lo screening, che consiste in un prelievo del sangue dal tallone, non segnala alcuna anomalia e anche stavolta i medici riferiscono ai genitori che tutto è nella norma. Il giorno dopo la mamma della piccola nota che l´addome della piccola è contratto e decide di rivolgersi ai medici dell´ospedale di Canicattì. I sanitari, a loro volta, indirizzano i genitori all´ospedale di Agrigento perché si rendono conto della gravità della situazione. Da lì, poi, la famiglia viene trasferita in ambulanza a Palermo, dove arriva in serata all´ospedale Di Cristina.

I medici diagnosticano una «onfalite con flemmone della parete addominale». È un´infezione che prende vigore dalla cicatrice ombelicale. I medici non lasciano molto spazio alle speranze. La bambina riesce a lottare contro l´infezione per un giorno, ma giovedì sera muore per shock settico. «Non mangio da due giorni e non ho più le forze nemmeno per parlare - racconta Valentin Paun - Abbiamo un altro figlio di 3 anni e mezzo e questa seconda nascita aveva portato gioia nella nostra vita. La bambina era deliziosa, ma adesso ci sentiamo dentro a un incubo».
(05 dicembre 2009)
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"Fermate la mattanza della sanità italiana"

Messaggioda franz il 04/01/2010, 12:37

Dal Corriere della Sera

«Il mio bimbo morto per un’ingessatura Fermate la mattanza»
«Al Sud tragedie per interventi banali»

Dopo il caso di Francesca, la bimba di 2 anni e mezzo a cui è stato ingessato il braccio sano (e la cui vicenda è stata raccontata sul giornale di sabato), al «Corriere» è arrivata la lettera di Fatima Bonanno, mamma di Andrea. Un altro caso di malasanità, ma dall’esito più drammatico: nello stesso ospedale (l’Annunziata di Cosenza) e nello stesso reparto (Ortopedia e traumatologia) in cui è stata ricoverata Francesca, il piccolo Andrea ha perso la vita, nell’ottobre 2005, per le complicazioni causate da un’ingessatura troppo stretta. Una morte che ha portato alla condanna, in primo grado, di tre medici della clinica calabrese.

“Caro Direttore,
sono Fatima, la mamma di Andrea Bonanno, il bambino di 7 anni che nell’ottobre del 2005 ha perso la vita nell’Ospedale civile Annunziata di Cosenza per un’ingessatura troppo stretta applicatagli al braccio.
Scrivo questa lettera perché l’ultimo dell’anno, in Calabria, si è verificato l’ennesimo caso di malasanità. Nello stesso ospedale, stesso reparto di Ortopedia e traumatologia, in cui ha perso la vita mia figlio, a una bambina di due anni e mezzo è stato ingessato il braccio sano anziché quello fratturato, e ai lamenti della bambina la risposta dei sanitari era che faceva dei capricci, esattamente come si diceva per Andrea. Fortunatamente la bimba non ha subito danni, purtroppo per Andrea non è stato così. Il 26 settembre scorso, il Tribunale penale di Cosenza in composizione monocratica, nella persona del dottor Gianfranco Grillone, ha condannato tre medici. Due per omicidio colposo tra cui il primario del reparto, e uno per falso, per aver alterato la cartella clinica di Andrea. Come si vede, qui non ci facciamo mancare proprio niente!

La nostra è stata una lunga battaglia legale, che ci ha portato a scontrarci con il sistema; in questo processo c’è stato di tutto: dalle perizie false, dalle quali il Gup ha preso le distanze sconfessando i suoi stessi periti e rinviando a giudizio gli ortopedici, ai numerosissimi incontri con i rappresentanti delle istituzioni, tra i quali risalta, nel giugno 2008, l’incontro con il ministro di Grazia e giustizia Angelino Alfano. Tantissimi gli sforzi compiuti da me e mio marito per assicurare una degna difesa ad Andrea, almeno da morto, visto che non siamo stati in grado di proteggerlo da vivo. In dibattimento, abbiamo affidato il caso all’avvocato professor Carlo Taormina e all’avvocato Enzo Belvedere del Foro di Cosenza; le consulenze sono state assegnate al professor Alessandro dell’Erba della prima Università di Bari, e al professor Lamberto Perugia, massima espressione dell’ortopedia italiana.

In corso di causa, al giudice lo stesso Perugia ha riferito tante cose, ma una mi ha sconvolto e frustrato particolarmente: che per salvare la vita di Andrea sarebbe bastato che quegli ortopedici avessero seguito le regole basilari, quelle che a suo dire si insegnano ai tirocinanti. Per adesso la giustizia ha trionfato in un’aula di tribunale, ma è difficile che questo risultato risani ciò che si è spezzato irrimediabilmente nelle nostre vite. Il giudice, nella sua sentenza, con motivazioni contestuali denuncia il sistema; questi sono alcuni passaggi della motivazione: «Si è detto che Andrea Bonanno è stato vittima della trascuratezza, quando invece in quei pochi giorni di ricovero è stato visitato, curato, seguito da decine tra medici ed infermieri delle più diverse branche, fatto oggetto delle più svariate consulenze, sottoposto a una serie innumerevoli di trattamenti ed accertamenti; eppure la struttura che avrebbe dovuto garantirgli la guarigione da una banale frattura lo ha ucciso. Il piccolo Andrea è stato prima di tutto vittima di un sistema che concepisce il malato come una sorta di fantoccio inanimato, un contenitore di organi e di ossa trasportato da un reparto all’altro perché, nelle migliori delle eventualità, questi e quelle vegano "prese in carico" dagli specialisti di settore, o perché nella peggiore, chi si sia trovato a "gestire" il "paziente critico" sia messo un domani in condizione di poter dire (e, soprattutto, poter documentare) che nessun sintomo è stato trascurato, nessun esame è stato omesso, nessuna consulenza non è stata invocata; poi c’è un bambino che si lamenta per un gesso troppo stretto, ne porta i sintomi che anche un profano sarebbe in grado di decifrare... ma "il sistema" ha ormai reso tutti ciechi e sordi».

Forse è troppo scomodo tutto questo, qualcuno penserà che è troppo duro, ma io che ho assistito alla sofferenza e alla morte di mio figlio penso che è stato quasi divino. È come se il giudice avesse visto attraverso i miei occhi e quelli di mio figlio tutto l’accaduto. Tra non molto ci sarà il giudizio di appello, lotteremo con tutte le forze affinché siano confermate le condanne, così come continueremo a lottare per l’applicazione delle sanzioni disciplinari ai medici condannati che, a tutt’oggi, continuano a svolgere la propria attività come se non fosse successo nulla. Anche la Commissione parlamentare sugli errori sanitari, a riguardo, ha chiesto espressamente al Presidente Loiero che ciò venga fatto al più presto, ma ancora non è stato possibile raggiungere questo traguardo, che per me è il più importante, perché solo quando tutto questo accadrà, Andrea forse avrà giustizia.

Qui la gente perde la vita, non perché viene sottoposta a degli interventi di alta chirurgia, dove i rischi sono messi in conto, bensì per appendicite, per ascesso tonsillare o peggio ancora per un semplice gesso. È forse chiedere troppo, desiderare che qualcuno faccia qualcosa per fermare questa mattanza? Ma non con parole o false promesse, con fatti concreti. E per chi pensa che questi casi non meritino la stessa valenza dei casi di cronaca, quella fatta da persone senza una morale, senza scrupoli, vi assicuro, data la mia esperienza personale, che non c’è alcuna differenza. Anzi, ci si sente doppiamente traditi, perché ho affidato mio figlio a dei medici, credendo che fosse in buone mani, ma così non è stato. E una volta che mio figlio è morto, in quell’esatto momento ha smesso di essere qualcuno ed è diventato solo qualcosa per cui liberarsi al più presto da ogni responsabilità.
C’è chi ha falsificato la cartella clinica, c’è la cosiddetta Commissione interna che con assoluta mancanza di rispetto verso la morte di un bambino, e dei suoi genitori, senza aspettare neanche l’esito dell’autopsia, era già pronta a sostenere ipotesi assolutorie, «nessun colpevole». Ho sbagliato a pensare che i medici per la semplice scelta della nobile professione abbiano per forza anche l’animo nobile e dei principi morali. A mie spese, però, ho scoperto che non è così, loro si difendono anche quando sono così evidenti le proprie colpe. Affido questa lettera, semplice contenitore di un dolore in realtà incontenibile, a tutti i lettori, sperando, o forse sognando, che qualcosa o qualcuno possa porre fine a tante ingiustizie.

Mamma di Andrea
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Re: Mentre fa noi discute di altro, si muore di malasanità

Messaggioda Iafran il 04/01/2010, 17:01

franz ha scritto:Dal Corriere della Sera

«Il mio bimbo morto per un’ingessatura Fermate la mattanza»
«Al Sud tragedie per interventi banali»

... È forse chiedere troppo, desiderare che qualcuno faccia qualcosa per fermare questa mattanza? Ma non con parole o false promesse, con fatti concreti. ... E una volta che mio figlio è morto, in quell’esatto momento ha smesso di essere qualcuno ed è diventato solo qualcosa per cui liberarsi al più presto da ogni responsabilità.
C’è chi ha falsificato la cartella clinica, c’è la cosiddetta Commissione interna che con assoluta mancanza di rispetto verso la morte di un bambino, e dei suoi genitori, senza aspettare neanche l’esito dell’autopsia, era già pronta a sostenere ipotesi assolutorie, «nessun colpevole». Ho sbagliato a pensare che i medici per la semplice scelta della nobile professione abbiano per forza anche l’animo nobile e dei principi morali. A mie spese, però, ho scoperto che non è così, loro si difendono anche quando sono così evidenti le proprie colpe. Affido questa lettera, semplice contenitore di un dolore in realtà incontenibile, a tutti i lettori, sperando, o forse sognando, che qualcosa o qualcuno possa porre fine a tante ingiustizie.

Ha ragione la mamma di Andrea "loro si difendono anche quando sono così evidenti le proprie colpe".
Se la chiamiamo "malasanità" lasciamo intendere che ci siano colpe oggettive, quali potrebbero essere penurie di mezzi, di strutture e di personale, alle quali ci si potrebbe appellare e rimediare in poco tempo con interventi definitivi.
Qui, non è così!
Qui non si porrà mai rimedio perché ci sono colpe personali che richiederebbero per prima una sanificazione "sociale" che parta dall'interno dell'ospedale de "l'Annunziata", per interessare la città di Cosenza, poi tutta la sua provincia e l'intera regione Calabria.
L'ospedale in questione non lo si vede come una struttura sanitaria (anche se a volte svolge questo compito per la disponibilità "inusuale" di qualche medico), ma come luogo da rifuggire per l'andazzo (reale o presunto) che il paziente o il visitatore percepisce standovi dentro.
Qualche mese fa, un mio amico, recatosi al Pronto Soccorso di Acri per un attacco anginoso, ha preferito mettersi in auto e portarsi all'Ospedale di Potenza (220 km) piuttosto che ricoverarsi all'Ospedale de "l'Annunziata" di Cosenza.
Io, probabilmente, avrei fatto la stessa cosa, nelle sue condizioni.
In loco ci si ricovera malvolentieri, e quando è possibile ci si rivolge alle strutture ospedaliere delle altre regioni.
I genitori di Andrea hanno visto crollare tutto il loro mondo e stanno subendo altri affronti prima di avere giustizia ... la "malasanità" ha radici profonde.
Iafran
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Re: Mentre fa noi discute di altro, si muore di malasanità

Messaggioda franz il 04/01/2010, 19:32

Iafran ha scritto:... la "malasanità" ha radici profonde.

Si', profonde e note. Consiglio di leggere i commenti dei lettori sul corriere.
Uno tra i tanti mi pare piu' rappresentativo: "Questo è anche il risultato di decenni di lauree comprate, concorsi truccati, clientelismo onnipresente. Alla fine ci troviamo personaggi a dir poco inadeguati in posti chiave, docenti più ignoranti degli studenti a cui insegnano e l'ignoranza si è propagata generazione dopo generazione assieme al clientelismo e alla corruzione."
Altri pongono poi l'attenzione sui dirigenti delle ASL raccomandati sulla base della appartenenza politica, insomma un contesto in cui prevale l'incompetenza e la raccomandazione, dove quindi tutti si coprono a vicenda.
Franz
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Re: Mentre fa noi discute di altro, si muore di malasanità

Messaggioda Stefano'62 il 04/01/2010, 23:12

Secondo me le radici della malasanità,oltre a quelle esposte da Franz e che condivido,sono le stesse che producono un monte di problemi anche in tanti altri settori.
Purtroppo non tutti mettono nel lavoro un impegno,una attenzione e magari la passione adeguata all'importanza del lavoro,e se questo si può capire per uno stressatissimo operaio da catena di montaggio,si capisce di meno (e provoca conseguenze infinitamente più gravi) in certe professioni dove se qualcuno sbaglia,a pagare è qualcun altro,spesso con la vita.
Naturalmente esistono casi che nemmeno il professionista più zelante può impedire,ma moltissime tragedie in ambito sanitario potevano essere evitate con il semplicissimo rispetto di semplicissime ma importantissime procedure appositamente previste,che vengono disattese magari per pura pigrizia,o perchè non si vede l'ora di chiudere giornata,da gente che vede in quel lavoro solo una utile scocciatura foriera di reddito.
Esistono professioni cui si dovrebbe invece poter accedere solo per passione (oltre che per la capacità naturalmente),e lo so bene io che lavoro anche come salvataggio e che ne ho viste di tragedie da denuncia penale,che si potevano evitare guardando verso il mare invece che verso le gonnelle stese al sole.
I motivi addotti da Franz,che comunque restano i più gravi,vanno a peggiorare (e sono sintomatici di) una situazione già grigia di suo a causa di una pessima concezione del lavoro.
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L'ospedale lo rifiuta, si getta nel Tevere dopo 4 ore di cod

Messaggioda franz il 05/01/2010, 9:23

Si getta nel Tevere dal ponte Sublicio
era appena uscito dal Fatebenefratelli

Un uomo si è buttato nel Tevere dal ponte Sublicio, vicino all'isola Tiberina. Alcuni testimoni lo avrebbero visto gettarsi improvvisamente dopo essere salito in piedi sul parapetto. L'uomo era appena uscito dall'ospedale Fatebenefratelli, dove secondo alcuni testimoni era in coda al Pronto soccorso.

Un uomo, del quale non si conoscono ancora le generalità, si è buttato nel fiume Tevere dal Ponte Sublicio, nelle vicinanze dell'Isola Tiberina. L'uomo, che al momento risulta disperso, era uscito da pochi minuti dal pronto soccorso del vicino ospedale Fatebenefratelli. Secondo alcune testimonianze l'uomo intorno alle 11.30 si sarebbe buttato dall'argine del fiume Tevere, all'altezza del pronto soccorso dell'ospedale, avrebbe compiuto il gesto dopo aver atteso invano di essere visitato nel nosocomio romano.

Secondo quanto detto dalla guardia giurata in servizio questa mattina nell'ospedale "l'uomo ha fatto la fila al pronto soccorso ma non è stato ricevuto. Ha scavalcato una ringhiera e si è buttato nel fiume" Anche secondo la versione di un passante, che in quel momento faceva footing sul lungotevere, l'uomo era appena uscito dall' ospedale Fatebenefratelli. Immediatamente dopo la segnalazione sono intervenuti gli agenti di polizia con il personale della polizia fluviale, il 118 e i vigili del fuoco che ormai da ore stanno cercando di recuperare l'uomo.
(04 gennaio 2010)
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Re: Mentre fa noi discute di altro, si muore di malasanità

Messaggioda Iafran il 05/01/2010, 13:41

Stefano'62 ha scritto:Secondo me le radici della malasanità,oltre a quelle esposte da Franz e che condivido,sono le stesse che producono un monte di problemi anche in tanti altri settori.
Purtroppo non tutti mettono nel lavoro un impegno,una attenzione e magari la passione adeguata all'importanza del lavoro ...
I motivi addotti da Franz,che comunque restano i più gravi,vanno a peggiorare (e sono sintomatici di) una situazione già grigia di suo a causa di una pessima concezione del lavoro.

Hai ragione, infatti il disimpegno nel lavoro è solo una parte, quella peggiore è far passare il servizio lavorativo (specialmente nel pubblico impiego) come favori alle persone, per diversi scopi, non ultimo quello di gestire un fittizio sottopotere.
"Alla fine ci troviamo personaggi a dir poco inadeguati ..." (franz) in tutti gli ambiti professionali, non solo in posti chiave, per corruzione e per clientelismo.
Come si spiega che è soprattutto la categoria dei medici a dare il più alto numero di politici in Calabria? Ogni medico, intanto, ha una sfilza di assistiti veri e propri, e in una Regione ove si vota prevalentemente per bisogno o per obbligo (per avere favori o per scambio di favori) non c'è miglior ambito di quello medico per attingere consensi elettorali. Infatti, solo una minoranza di questi non accoglie l’opportunità di trasformare in potere politico le potenzialità della loro funzione sociale (vanno incontro ai bisogni dei cittadini quotidianamente).
Però non è addebitabile alla categoria dei medici la particolare situazione politica e sociale della Calabria o solo a questa le disfunzioni in ambito sanitario (la "malasanità").
La causa è ben altra e riguarda tutti, dal barelliere al direttore di reparto, ed è lo scarso senso del dovere nel lavoro che si è chiamati a svolgere.

In ambito ospedaliero, a volte un "uomo della Provvidenza", un primario rigoroso ed esigente, può riuscire a realizzare un centro di eccellenza per funzionalità, ma ci vuole professionalità, carisma e determinazione: doti che molto spesso debbono fare i conti con il particolare "andazzo" sociale.

Alla fin fine si ha "una pessima concezione del lavoro" perché in una Regione di emigranti, con un'alta disoccupazione (ed emigrazione), e dove il lavoro autonomo non è mai stato redditizio, quello fisso, statale, con stipendio garantito, viene visto come una manna dal cielo, come un desiderio da realizzare a tutti i costi, anche se si è incompetenti ... per poi servirsene in qualsiasi modo, a spregio della qualità o della deontologia.

In Calabria c'è proprio bisogno di una sanificazione "sociale"!
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Re: Mentre fa noi discute di altro, si muore di malasanità

Messaggioda franz il 05/01/2010, 14:01

Iafran ha scritto:La causa è ben altra e riguarda tutti, dal barelliere al direttore di reparto, ed è lo scarso senso del dovere nel lavoro che si è chiamati a svolgere.

Corretto! È quello che giorni fa riassumevo parlando di una situazione in cui tutto pensano a reclamare diritti e privilegi e pochissimi sono attratti dall'etica della responsabilità e dei doveri. Ovvio pero' che dovo lo stato manda soldi a pioggia, prevale la tendenza e l'abilità nella raccolta di sussidi piuttosto che la capacità di rimboccarsi le maniche e darsi da fare per produrre valore aggiunto.
Questo non vale solo per la classe medica ma per tutti. Avvocati, notai, professionisti, artigiani, guardie forestali, dipendenti statali, imprenditori. Tutti piu' intenti ad intercettare i mille rivoli del denaro pubblico che a produrre valore sulla base delle proprie (scarne) conoscenze. Tutti intenti a cullarsi col mito della inventiva e della fantasia italica, decisamente sprecata se questa si applica solo a come dirottare fondi pubblici per ai fini della sopravvivenza personale.
Franz
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malasanità: boom di denunce, trentamila l'anno

Messaggioda franz il 07/01/2010, 15:04

DOSSIER. Ortopedia, oncologia e ostetricia: ecco dove si rischia di più
A morire a causa di uno sbaglio sono per un terzo gli anziani oltre i 77 anni

Diagnosi errate e infezioni in corsia
boom di denunce, trentamila l'anno

di MICHELE BOCCI

Il tumore non riconosciuto, lo sbaglio in sala operatoria, la terapia dannosa, l'infezione in reparto. Quasi 30mila volte ogni anno i cittadini italiani denunciano i medici e gli ospedali per errori che mettono in moto le assicurazioni per i risarcimenti e talvolta costano la vita ai loro parenti o amici. Spesso, più o meno in un terzo dei casi, si finisce nelle aule dei tribunali. La cosiddetta malasanità in Italia è una lunga lista di sviste, disattenzioni, carenze strutturali che finisce per allungare un'ombra scura su un servizio sanitario che quasi sempre funziona bene. É quel "quasi" a inquietare e soprattutto a gettare nello sconforto le famiglie che incontrano la sanità che invece di curare fa male. La madre del bimbo ingessato al braccio sbagliato, quella del piccolo a cui non viene riconosciuta una peritonite e muore, il giovane vittima del melanoma perché non gli hanno fatto l'esame istologico a un neo. Solo a Cittadinanzattiva - Tribunale diritti del malato ogni anno piovono 4mila segnalazioni, buona parte delle quali poi risultano fondate. Gli errori riguardano le specialità di ortopedia nel 17,5% dei casi, di oncologia (13,9%), di ginecologia e ostetricia (7,7%), di chirurgia e oculistica (5,4%), odontoiatria (5,2%) e pronto soccorso (2,8%). Secondo il rapporto Pit - salute dell'associazione di cittadini oltre la metà delle persone segnala interventi chirurgici andati male, circa un quarto una diagnosi errata, un ottavo una terapia sbagliata che ha fatto male al paziente. Un peso importante lo hanno anche le infezioni ospedaliere, responsabili del 14% dei danni accertati dai medici legali, registrati cioè in una fase successiva alla denuncia.

I casi più eclatanti, quelli che finiscono sui giornali, capitano spesso al sud, talvolta per carenze strutturali o disorganizzazione dei servizi, ma si sbaglia anche al centro nord. Il ministero della Salute cerca di tenere il monitoraggio della situazioni ma solo poche Regioni inviano dati aggiornati e credibili. Basti pensare che tra il 2005 e il 2008 il dossier del ministero conta appena 243 eventi sentinella, cioè fatti gravi, con pazienti morti. "Chiediamo al Governo di rendere operative su tutto il territorio nazionale le linee guida sugli errori, le check list e tutti gli strumenti di prevenzione che già esistono, ma corrono il rischio di rimanere solo dei pezzi di carta", diceva ieri Teresa Petrangolini, segretario di Cittadinanzattiva. Il 68% degli errori avviene durante il ricovero in ospedale, il 18,4% in un ambulatorio pubblico. A morire a causa di uno sbaglio, sempre secondo la ricerca annuale dell'associazione, sono anziani tra i 77 e gli 87 anni nel 32% dei casi, seguono quelli tra i 68 e i 78 anni (18%). Le vittime tra 0 e 18 anni sono circa l'11%.

"I nemici dei cittadini continuano ad essere la mancanza di una cultura della sicurezza, disorganizzazione, manutenzione troppo spesso dimenticata, assenza di qualsiasi sistema serio di valutazione degli operatori - dice ancora Petrangolini - Ancora oggi vengono frequentemente sottovalutati anche dei gesti minimi, come quello di chiudere un portellone, o controllare l'igiene di una terapia intensiva, così come lo stato delle culle o il superamento di intoppi burocratici".
In base ai dati di Ania, l'associazione nazionale imprese assicuratrici, negli ultimi anni c'è stata un'impennata di richieste danni, che potrebbe non indicare solo un aumento degli errori ma anche una maggiore tendenza dei danneggiati a chiedere i risarcimenti. Si è passati dalle circa 17mila segnalazioni del 1996 alle 29.500 del 2007. Il valore medio dei sinistri è di circa 25mila euro. Sempre secondo il ministero della Salute, sono circa un terzo le denunce a cui segue un risarcimento (il 25% tramite accordo tra le parti, il 6 dopo un processo) perché viene riconosciuto l'errore. Per proteggersi dalle richieste di danni e assicurarsi, le Regioni italiane spendono circa 500 milioni di euro ogni anno.
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