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Reddito e diseguaglianza dall'unità d'Italia a oggi

Forum per le discussioni sulle tematiche economiche e produttive italiane, sul mondo del lavoro sulle problematiche tributarie, fiscali, previdenziali, sulle leggi finanziarie dello Stato.

Reddito e diseguaglianza dall'unità d'Italia a oggi

Messaggioda flaviomob il 23/05/2019, 23:45

https://www.infodata.ilsole24ore.com/20 ... razionale/

Reddito e disuguaglianza italiana negli ultimi 150 anni. Cresce quella generazionale


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Re: Reddito e diseguaglianza dall'unità d'Italia a oggi

Messaggioda franz il 24/05/2019, 7:36

Grazie!
Intanto ho segnalato all'autore che è stato fatto un errore (due volte lo stesso grafico) e poi gli ho chiesto altri dati e vediamo se me li manda oppure compone lui stesso un nuovo grafico.

Intanto posso studiare i dati già scaricabili.
Notevole che le disparità siano diminuite durante le grandi crisi energetiche (⁷3 e '79)
in quegli anni tuttavia iniziava il debito pubblico e l'inflazione galoppante.
Oggi si cerca di mantenere sotto controllo entrambi i fattori e quindi andiamo verso una disparità meno "drogata".
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Re: Reddito e diseguaglianza dall'unità d'Italia a oggi

Messaggioda pianogrande il 24/02/2020, 13:19

Sulla "disuguaglianza generazionale".

Secondo me è un po' più complicato il discorso retributivo/contributivo.

Il fatto che si sia lasciata correre l'inflazione ha portato a una micidiale svalutazione dei contributi pagati.

La mia generazione ha iniziato la vita di lavoro intorno alle 100.000 lire mensili.

L'ha terminata nell'ordine delle migliaia di Euro

Una differenza pazzesca.
Un vero e proprio furto.

Ebbene, questo furto (di cui fa parte anche l'annullamento della "contingenza") è andato tutto a favore dell'imprenditoria perché è lo stato che si è preso il carico di restituire il maltolto integrando le pensioni con soldi pubblici.

Una imprenditoria cialtrona che, si è beatamente goduto i frutti di svalutazione/inflazione e finanziamenti dello stato e quell'altra bruttissima cosa che è l'evasione fiscale...

Una economia politicamente super protetta.

Adesso, guarda caso, il suo giornale portavoce riparte con la manfrina del privilegio.

Si vogliono mangiare anche le nostre pensioni?

Ma quando si decidono a brillare di luce propria?

E' la politica che li frena?

E cosa aspettano a stressarla davvero la politica?

Non lo fanno perché perderebbero i loro privilegi; il nostro è un paese dove il consumatore non è protetto da nessuno ed evidentemente questo atteggiamento della politica non è casuale.
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Re: Reddito e diseguaglianza dall'unità d'Italia a oggi

Messaggioda franz il 27/02/2020, 17:29

pianogrande ha scritto:Sulla "disuguaglianza generazionale".

Secondo me è un po' più complicato il discorso retributivo/contributivo.

Il fatto che si sia lasciata correre l'inflazione ha portato a una micidiale svalutazione dei contributi pagati.

La mia generazione ha iniziato la vita di lavoro intorno alle 100.000 lire mensili.

L'ha terminata nell'ordine delle migliaia di Euro

Una differenza pazzesca.
Un vero e proprio furto.

Non ti seguo. Nel senso che non capisco.
Se il sistema è (fosse) contributivo a capitalizzazione, in presenza di inflazione chi presta soldi chiede un interesse più alto. Quindi inflazione 20% (come negli anni '70 implica un interesse = inflazione + redditività (per esempio 22%).
E nessuno ci perde. Nemmeno i pensionati.

Ma il sistema italiano, che era contributivo fino alle riforme del socialista Brodolini (*) che lo trasformò in retributivo (e paghiamo ancora oggi il costo) .... è sempre rimasto a ripartizione, quindi una sorta di schema Ponzi, che crolla proprio quando c'è inflazione.
La truffa, o furto, caro amico, la fecero i governi di centrosinistra degli anni 70, prima con Brodolini e poi Rumor (baby pensioni) e non mi risulta che i sindacati e la sinistra fecero grandi barricate.

(*) Leggi numero 238 del 18 marzo e numero 488 del 27 aprile: riforma delle pensioni con l’introduzione del sistema retributivo;
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Re: Reddito e diseguaglianza dall'unità d'Italia a oggi

Messaggioda pianogrande il 27/02/2020, 20:12

Franz
Io ti posso anche "seguire", almeno in linea teorica ma, guardando il risultato pratico, è la realtà che non ti segue.

Prima dell'Euro, non per niente, si parlò di "pensioni d'annata" perché il furto proseguiva anche da pensionato.

Il sistema contributivo, con l'Euro, diventa già più equo perché l'Euro impedisce quelle svalutazioni che erano una rapina periodica ai danni dei redditi fissi.

Mica per niente i "no Euro" della lega e dintorni potevano permettersi di sparare stupidaggini immani blaterando di "sovranismo monetario".

Sovranismo che avrebbe permesso la rapina di cui sopra.

E' chiaro, e mi associo, che i baby pensionati e simili, sono stati altrettanta rapina; questa volta a favore della politica.

Alla fine bisogna pur incazzarsi un po' e chiamare le cose col loro nome.
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Re: Reddito e diseguaglianza dall'unità d'Italia a oggi

Messaggioda franz il 29/02/2020, 0:32

Furti, truffe e rapine sono state ai danni dei giovani, delle future generazioni.
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Re: Reddito e diseguaglianza dall'unità d'Italia a oggi

Messaggioda pianogrande il 29/02/2020, 17:34

franz ha scritto:Furti, truffe e rapine sono state ai danni dei giovani, delle future generazioni.


Vero anche questo.

Lo stato ha riversato queste ed altre anomalie sul debito pubblico.

Quelli che nascono già indebitati, non l'hanno votata loro questa classe politica.

Amen
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Re: Reddito e diseguaglianza dall'unità d'Italia a oggi

Messaggioda flaviomob il 14/12/2020, 3:07

Ampliando la visione al sistema globale:

A livello mondiale si osserva che la porzione di reddito mondiale del 50 per cento più povero degli abitanti del pianeta è cresciuta, passando dal 5 per cento nel 1980 a circa il nove per cento nel 2020, grazie alla crescita dei paesi emergenti. Bisogna però ridimensionare questa crescita, visto che la quota di reddito del 10 per cento più ricco del pianeta è rimasta stabile (intorno al 53 per cento), e che quella dell’1 per cento più ricco è passata dal 17 al 20. I perdenti sono le classi medie e popolari del nord del mondo, e questo alimenta il rifiuto della globalizzazione.


https://www.internazionale.it/opinione/ ... -disuguale

Assurdo che il 10% dell'umanità disponga del 53% delle risorse.


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Re: Reddito e diseguaglianza dall'unità d'Italia a oggi

Messaggioda franz il 14/12/2020, 10:51

flaviomob ha scritto:Assurdo che il 10% dell'umanità disponga del 53% delle risorse.

Prima di tutto bentornato!

Ok, suona assurdo ma quel 10% è quello che sa usare quelle risorse per produrre beni, servizi, energia.
Ammesso e non concesso che quei due numeri (10 e 53%) siano esatti, perché chi va a fare le pulci ai dati di Thomas Piketty trova spesso notevoli imprecisioni metodologiche.

Il concetto è che esiste un mondo occidentale (indicativamente i 37 paesi OECD) pari al 18% della popolazione mondiale che trasforma e produce la gran parte dei beni (ma dovremmo aggiungere anche la Cina) semplicemente perché ne ha la capacità: personale qualificato, stabilimenti produttivi, capitali, know-how, università tecnico-scientifiche).

Quello che si è visto in questi ultimi 30 anni, da quando è caduto il muro (e non è un caso) è che lo sviluppo ed il progresso si è esteso a nazioni che prima erano tagliate fuori. Per me la disuguaglianza geografica a livello mondiale sta tendenzialmente diminuendo. È in Italia che aumenta. Ma un paese in cui la spesa pubblica, considerando anche le 5'500 società controllate e partecipate, arriva al 60% del PIL (80% in diverse regioni del Sud) è ovvio che zoppica sulla strada del progresso.
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Re: Reddito e diseguaglianza dall'unità d'Italia a oggi

Messaggioda flaviomob il 15/12/2020, 14:10

Grazie, ben ritrovati a tutti.

Quel 10% è molto vicino al dato delle vecchie potenze coloniali e schiaviste, a chi si credeva in dovere di civilizzare il resto del globo, magari in quanto ariano. Dei testi scolastici dei miei nonni, di circa un secolo fa, riportavano "scientificamente" come gli africani avessero cranio e cervello più piccoli dei "bianchi".
Abbiamo superato (se non siamo Salvini) quelle convinzioni, speriamo di superarne anche altre.

http://temi.repubblica.it/micromega-onl ... rDuU#_ftn3

Negli anni Settanta, esaurito lo slancio del boom economico, politiche monetarie espansive consentono aumenti salariali superiori alla crescita della produttività, il che – unendosi alla crisi petrolifera del 1973 – causa indici di inflazione sempre più alti in tutto il mondo. Non appena la crescita economica comincia a stagnare, sul finire del decennio, l’inflazione diviene intollerabile e i governi intervengono con drastiche misure di stabilizzazione. È l’inizio della svolta neoliberista: politiche monetarie restrittive, alti tassi d’interesse, scontro aperto con i sindacati e alta disoccupazione come strumenti di riduzione dei salari. Ma nemmeno Thatcher e Reagan, gli esponenti politici più determinati in questa svolta, possono rompere in modo definitivo il patto fra capitalismo e democrazia, che riemerge allora nell’arena elettorale: per legittimarsi e rispondere alle aspettative degli elettori – insomma per guadagnare nuovamente tempo – gli stati cominciano a finanziarsi in deficit rivolgendosi al credito privato. Così, per tutti gli anni Ottanta cresce la disparità fra entrate e spesa pubblica, e dunque esplode il debito pubblico (anche se, ammonisce Streeck, non furono le masse ansiose di ottenere “troppi diritti” a forzare la mano, come vuole una tesi ancora sorprendentemente in voga: l’impennata dei deficit è da imputare soprattutto ai tagli alle imposte decisi per ottenere il consenso dell’upper-middle class). Contemporaneamente, si espande in maniera smisurata anche il settore finanziario, che subisce un rapido processo di liberalizzazione.

All’inizio degli anni Novanta gli Stati cominciano a preoccuparsi di questo cospicuo aumento del debito pubblico, e della sempre più onerosa spesa per gli interessi. Lo «stato debitore», come lo chiama Streeck, concentra quindi i propri sforzi sul consolidamento fiscale e sul pareggio di bilancio, ridimensionando bruscamente l’intervento pubblico nell’economia con tagli alle spese sociali e privatizzazioni. Ma come legittimare questa nuova svolta, e soprattutto come compensare il crollo della domanda derivante da scelte politiche che dilatano le disparità di reddito? La risposta è l’espansione del debito privato, facilitata da una seconda ondata di deregolamentazione finanziaria. Si tratta di ciò che Colin Crouch ha ribattezzato «keynesismo privatizzato»: per sostenere i consumi non si ricorre più all’indebitamento pubblico, ma a prestiti facili. Si tratta però di una bolla, che scoppia violentemente nel 2008 con la crisi dei mutui subprime.

Ciascuna delle tre tappe storiche individuate da Streeck segna una vittoria dei capitalisti sui salariati, e una crisi di legittimazione del sistema nel suo complesso. E oggi gli strumenti sono esauriti: ormai non è più possibile affidarsi a una crescita “drogata”, e dopo il crollo della piramide debitoria nel 2008 gli Stati sono praticamente incapaci di raccoglierne le macerie e edificare un ordine stabile. Il fatto è che mentre guadagnavano tempo, le élite neoliberiste hanno pian piano “risolto” il conflitto tra capitalismo e democrazia «immunizzando» il primo dalla seconda, in una sorta di distopia di stampo hayekiano[3]: i governi si trovano a dover rispondere più ai mercati finanziari cui sono debitori che ai parlamenti; più alle esigenze del capitale, libero di muoversi globalmente in cerca delle condizioni più favorevoli, che alle preferenze dei governati. Eppure – sottolinea Streeck – il neoliberismo necessita di uno Stato forte: l’economia capitalistica non cerca di sottrarsi al giogo degli Stati, da cui dipendono la sua sicurezza e la capacità di affermare i suoi principi, ma dal giogo della democrazia.


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