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POLITICHE DEL LAVORO IN AREA VASTA (PI-LI-LU)

POLITICHE DEL LAVORO IN AREA VASTA (PI-LI-LU)

Messaggioda borghinolivorno il 25/11/2008, 22:23

glocalismo: le politiche del lavoro in area vasta


Il mercato dei lavori delle Province di Lucca, Pisa, Livorno, e delle aree territoriali degli 11 centri per l’impiego da esse dipendenti si sta integrando sempre più a partire dalle figure professionali a più alta mobilità territoriale (impiegati professionali e pubblici; tecnici e Operai specializzati), e a partire dalle crescenti difficoltà di alcune aree di questo vasto territorio ad offrire occupazione e una occupazione buona ai loro abitanti (prevalentemente nelle zone costiere più urbanizzate e nelle zone marginali a declino agricolo e scarso sviluppo), e a partire dalla insorgenza di domanda di lavoro insoddisfatta nelle zone-distretti dell’interno dell’area collocate tra l’Autostrada Firenze Mare e la Valle dell’Arno fino a Firenze.

Inoltre la stessa area vasta Lucca-Pisa-Livorno si sta sempre più aprendo come Mercato del Lavoro a Forza Lavoro che viene dall’esterno (pendolari e immigranti regionali; migranti nazionali, comunitari e extracomunitari) e da essa si diparte Forza Lavoro verso l’esterno (sostanzialmente verso il Centro della Regione e il Nord d’Italia sia con processi di mobilità provvisoria che di migrazione permanente).

La crescente diversificazione e flessibilità dei Mercati del Lavoro rende assolutamente non univoci questi fenomeni che vanno ricostruiti segmento per segmento del sempre più complicato reticolo dei mercati dei lavori in cui la relazione tra domanda e offerta supera sempre più una visione un po’ infantile in cui il mondo della offerta entrava in relazione alla domanda semplicemente saturandone le opportunità con modalità flessibili-adattative, e all’eccedenza di offerta di lavoro non rimaneva altra che adattarsi ulteriormente alle opportunità disponibili o migrare.

In area vasta dunque si sovrappongono fenomeni di eccedenza di forza lavoro con fenomeni di domanda insoddisfatta di forza lavoro, livelli dequalificati di prestazione lavorativa (endemici come nel resto della Toscana) con livelli di eccellenza specialmente attorno ai grandi servizi universitari, alle produzioni di alta tecnologia e di ricerca, ai grandi servizi ospedalieri e di comunicazione, fenomeni di rifiuto di alcuni lavori e attività e forti processi migratori da cio’ attratti (in edilizia, in molte attività manifatturiere, nei servizi domestici), con fenomeni di mobilità e migrazione collegati alla ricerca di buon lavoro magari per affermare titoli di studio o specializzazioni professionali, e necessari per far fronte a bisogni primari occupazionali.

Ci dobbiamo domandare se non vale la pena a questo punto, di integrare e mettere in sinergia le politiche locali per l’occupazione tra le tre province, essendo le stesse con eccedenze di forza lavoro che ritrovano o cercano collocazione in aree limitrofe, con carenze di forza lavoro specifica e contingenti che vanno ingrossandosi di migranti dall’esterno, con forza lavoro eccedente non assorbibile nei bacini territoriali/settori economici di appartenza anche in ragione delle torsione verso la terziarizzazione dell’intera economia e della crisi da globalizzazione che sta generandosi e del crescente dualismo tra manodopera specializzata e quella dequalificata, e tra manodopera “garantita” e manodopera “precarizzata”.

Ci dobbiamo domandare se tale integrazione non risulta assolutamente necessaria innanzitutto per prendere atto definitivamente della crescente distinzione tra le zone di residenza e le zone di occupazione, e della concentrazione di queste ultime in zone relativamente ristrette e con baricentro sempre più spostato verso l’area Fiorentina (con cio’ confermando ulteriormente le difficoltà occupazionali dell’area Toscana più prossima al mare).

Ci dobbiamo domandare se non risulta necessario oggi, proprio anche in ragione dell’accentuazione delle difficoltà sociali ed economiche che deriveranno dalla crisi economica in cui stiamo entrando (crisi tale da superare la dimensione settoriale a cui ci hanno abituato le ristrutturazione post-boom economico a partire dagli anni 70) un coordinamento migliore delle politiche di sviluppo e di costituzione di nuovi giacimenti e opportunità occupazionali in area vasta, ma anche una messa in sinergia delle politiche di contenimento delle difficoltà sociali e di lotta contro l’esclusione sociale che non possono assolutamente evitare di fare i conti con i rischi e l’opportunità della crescente integrazione territoriale delle diverse realtà occupazionali disponibili e attese (che supera sempre più un malinteso concetto di sviluppo localistico-campanilistico).

In effetti la coesione sociale diventa sempre più un obbiettivo sensibile e difficile da realizzare, e a poco possono le chiusure nei confini istituzionali, o il rinchiudersi in vantaggi e risorse marginali.
La sfida che sui mercati stanno affrontando e subendo aree crescenti di cittadini con la loro mobilità territoriale e sociale deve trovare le istituzioni locali pronte a confrontarsi con la medesima dimensione per porre in essere politiche sinergiche di ottimizzazione degli stessi mercati dei lavori, di regolazione e tutela dei soggetti che alimentano gli stessi mercati per quanto possibile dal punto di vista delle autorità locali, di azioni comuni a favore delle aree a rischio di esclusione sociale e contagiate dal cattivo lavoro.

Paolo borghi x www.libertaeguale.eu 24/11/2008
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